SIAMO FENOMENI

Guardo la copertina. Colpisce, sicuramente colpisce. Non riesco ancora a interpretarne le intenzioni. Non conosco nulla di questo libro, se non il titolo. Non leggo neppure il nome dell'autrice, né le note editoriali sulla quarta, nei risvolti. Mi irrita che di un libro mi colpisca la copertina. Mi sa di marketing. Lo so da sempre che l'imperativo del guardare è la trappola in cui cadiamo tutti, narcotizzati dal trasferimento metonimico che ci fa privilegiare il vuoto piuttosto che il pieno, il contenitore anziché il contenuto, per l'innocente automatismo con il quale di una scatola di cioccolatini ammiriamo la confezione e l'acquistiamo perché si presenta bene, magari ignari che stiamo comprando un pessimo prodotto, fors'anche un surrogato. Il buon Vance Packard ci ha insegnato ben poco.
Diffido della copertina, non del titolo. Dev'essere un libro che tratta del mondo giovanile. Un mio vecchio pallino, quello di andare a cercare pubblicazioni recenti adatte ai miei allievi. Un modo come una altro per avvicinarli alla lettura e per indurli a discutere con me qualche tema di loro interesse. Dai libri sull'adolescenza ho imparato anch'io ovviamente o quanto meno mi sono aggiornato. I ragazzi cambiano, apparentemente cambiano col mutare dei tempi, velocemente, nelle abitudini, nei comportamenti. Senza considerare che la pubertà ha il fascino dell'indeterminatezza, della pupa che presto evolverà in farfalla. Insomma li leggo volentieri i libri che narrano i ragazzi; non dico che mi fanno sentire ancor giovane, ma certamente vivo, questo sì.
Decido di comprarlo ma, poiché ne diffido, lo lascio riposare per un bel po', quasi me ne dimentico. Poi, un pomeriggio tedioso, comincio a leggerlo. Le prime battute mi evocano una commediola hollywoodiana. Sono tentato di riporlo e passare a qualcosa di più interessante. Fuori piove a dirotto, le strade sono deserte, il grigiore entra anche nel living nel quale mi sono messo a leggere, sono costretto ad accendere la luce. No, non mi va di affrontare libri troppo importanti; meglio qualcosa di lieve; nulla vieta che questo "Golden Boy" mi strappi un sorriso. Difatti il temino di apertura, supposto scritto da Daniel Alexander Walker, un bambino di "nove anni e quattro quinti", il sorriso me lo strappa davvero. Procediamo, mi dico. Leggo i pensieri di Karen, la madre, e poi quelli di Max, il sedicenne primogenito dei Walker, con qualche problema di troppo per la sua età.
Max si racconta in diretta, al presente indicativo, rompe l'equilibrio, mette in moto la vicenda. Ciò che viene dopo è l'inevitabile conseguenza di questa scena quasi iniziale: Hunter, il suo migliore amico lo stupra, in casa sua, in camera sua, nel suo letto, mentre i loro genitori, amici da sempre, fanno baldoria al piano di sotto e Daniel, il fratellino, gioca alla play station nella stanza accanto. Il resoconto è minuzioso, mi sembra che indulga troppo sui particolari. Penso che l'autrice non sappia come uscire da una materia che non controlla. È assurdo che Max non trovi il modo di sottrarsi alla violenza. Basterebbe urlare, fingere un alterco con l'amico, non dovrebbe necessariamente riferire la verità. Accorrerebbero tutti. Invece subisce quasi con rassegnazione. Perché? Il quesito mi induce a proseguire, sia pure ancora pieno di sospetti. E scopro, scopro che questo romanzo di Abigail Tarttelin, edito in Italia da Mondadori nella traduzione di Gioia Guerzoni, è un buon libro, un libro che appassiona e fa riflettere. Non poco, direi, dati i tempi che corrono e prescindendo dalla buone o cattive intenzioni della casa editrice. Ciò che conta è che Mondadori lo abbia fatto tradurre e l'abbia pubblicato, anche se continuo a essere molestato dalla copertina, diversa da quelle delle edizioni inglese e americana. Il soggetto ritratto è una ragazzina con un che di virago (anche se penso che un po' tutti gli adolescenti di famiglie benestanti rechino nell'aspetto una certa ambiguità di genere, efebici la più parte), molto diversa dall'adolescente del book trailer della versione originale, questo forse più vicino alle intenzioni dell'autrice. La foto di Luka Knezevic ammicca o allude a chi e a che cosa? No, la copertina italiana continua a non convincermi, mi sembra tradire lo spirito del libro. Che è quello di sviscerare un tema dal quale sembriamo fuggire, forse temendo che ci costringa a guardarci dentro, a mettere in gioco le nostre certezze, le nostre consolidate identità. Di genere nella fattispecie, ma, in termini più generali, umane e culturali, in senso antropologico intendo. Io la domanda me la sono posta: che consapevolezza ho della mia immagine e in che misura essa coincide con la mia identità?
La personalità non cresce sugli alberi. È la risultante di dinamiche educative le cui coordinate sono state elaborate da altri e molto prima che venissimo al mondo. In buona sostanza non abbiamo mai scelto, ci hanno solo detto chi e che cosa dovevamo essere. Abbiamo eseguito gli ordini, per soddisfare aspettative altrui, quasi mai bisogni e istanze nostre. Allora non desta più meraviglia la "passività" di Max, il bell'adolescente protagonista del romanzo della Tarttelin. Non si ribella perché vuole essere accettato, amato se volete: l'unico modo per ottenere consenso, plauso e amore è tradire la sua natura. Sono "Come tu mi vuoi", giusto per richiamare il dramma di Pirandello al quale questo libro mi ha fatto pensare. Con una differenza di carattere sociologico: per la scrittrice inglese il "tu" di Pirandello diventa il "voi" della convenzione sociale alla quale dobbiamo tutti aderire, per non correre il rischio della marginalità.
Pirandelliana è la stessa struttura del racconto, la cui voce narrante si traduce nella proliferazione dei monologhi dei personaggi principali. La variazione di prospettiva dà dinamicità allo spartito e fa sì che il coro approdi a una ben calcolata dissonanza. Le singole voci, pur echeggiando lo stesso motivo, spesso se ne allontanano per rappresentarsi soliste, solitarie, sole. La tecnica non è nuova, ma non per questo meno efficace. Ricordate il bellissimo "Rashomon" di Akira Kurosawa? Bene, il relativismo prospettico lì mirabilmente rappresentato, in "Golden boy" non ha alcuna implicazione filosofica: diventerebbe un dramma collettivo, prossimo alla tragedia, se "esigenze di copione" e spirito di adattamento a tempi meno eroici non inducessero la scrittrice a più miti pretese. La tragedia si stempera nel mellifero finale, questo sì hollywoodiano, che, volendo benevolmente interpretarlo, vuole forse essere un messaggio di speranza per quanti, come il giovane Max Walker, o come molti di noi, disperano che il cammino della storia possa portare a una società inclusiva, meno cieca, meno ignorante, meno persecutoria.
Il tema dell'intersessualità, osservato da svariati punti di vista, psicologico e sociale, umano e culturale, antropologico e scientifico, non è mai stato sviscerato con tanta maniacale oculatezza. Un argomento del genere avrà richiesto studio e documentazione, benché questa, come si evince dal libro stesso, sia alquanto scarsa e scarsamente attendibile. Già, ogni volta che si tratta di sesso, scattano i cavalli di Frisia dell'omertà. Quanta disarmante ipocrisia e ignorante arroganza si nascondono dietro i pregiudizi! Teologie di diverso segno hanno l'assurda pretesa di correggere la natura, benché questa ci insegni che nella biodiversità è la sopravvivenza delle specie. Le alterazioni, biologiche in prima istanza, morfologiche poi, sono la realizzazione di un intelligente progetto evolutivo, nulla di più. Ma l'ordinatore cosmico, qui rappresentato dal dottor Flint di una clinica londinese, certamente allievo di De Gobineau e di Hitler, ha stabilito a priori la norma, segnatamente giuridica, dell'out out, secondo la quale non esistono che le aree terminali dello spettro sessuale. Le anagrafi di tutto il mondo obbediscono ciecamente al comandamento cosmico, sorde alla molteplici variazioni cromatiche dell'arcobaleno, che ne avrà pure sette di colori identificabili (un pochino in più dei due imposti dalla legge), tuttavia sono come le note, sette anch'esse, la cui bizzarra combinazione produce concenti di inaudita bellezza.
Brava questa giovanissima scrittrice a creare attenzione e attesa, mirabile nel rappresentare la complessità dei problemi affrontati in un crescendo finemente drammatico che raggiunge le vette nella seconda parte del romanzo. Le perdoniamo qualche leziosaggine di troppo, qualche innocuo cliché. Il climax con cui ascende alla conflittualità tra e dentro i personaggi mi fa pensare piuttosto all'opera di un drammaturgo o di uno sceneggiatore cinematografico piuttosto che a quello di un narratore in senso stretto. Il suo curricolo personale convaliderebbe questa mia ipotesi. Comunque stiano le cose, questo è un libro che invita alla riflessione e al dibattito, due sollecitazioni che ne valgono la lettura. Ne discutano tra loro i venticinque lettori di questa nota e, se credono, illuminino un pochino il loro ignorante imbonitore. A conti fatti, siamo ventisei, un numero certo piccolo, ma pur sempre una quantità. Chissà che non riusciamo a dirlo ad altri che ci sta a cuore la serenità e la felicità dei nostri simili. Dovrebbe occuparsene la politica, lo so, ma ormai è ridotta a mero esercizio contabile. Che volete che sappia, un contabile, di umanità, di sofferenza, di cromie? Non vede altro che la partita doppia. Nero su bianco. Dal suo punto di vista, occorre incrementare le entrate, apparendogli le uscite come anomalie da recidere, con l'identica sicumera con cui il dottor Flint di questo libro amputa, mutila, rimodella. Il selezionatore nazista non avrebbe saputo fare di meglio.
Magari voi pensate che i sistemi e le leggi dovrebbero rendere l'uomo possibilmente e passabilmente felice, non modellato da un ipotetico noumeno. Non ditelo a me, so bene che siamo fenomeni, tutti indistintamente, qualche volta anche prodigi. Siamo fatti, non idee. Le scienze, almeno loro, dovrebbero attenervisi. Macché! Anche le scienze hanno i loro bravi pregiudizi, e i loro padroni! Come la politica, no?

Antonio Piscitelli