SEMPLICE, BANALE, COMUNE UMANITÀ


Talvolta si tratta di simbiosi. Se è vero che un libro vive in un lettore, non è escluso che il lettore viva in un libro. E veda se stesso come allo specchio, così che la lettura diventa una specie di autoanalisi e partecipa del dramma rappresentato con l’intensità dello scompiglio che i drammi veri, quelli esperiti, hanno provocato alla linearità dei suoi progetti di vita, deviandoli verso mete inusitate o approdi raccapriccianti. Non ne è venuto più fuori, così come probabilmente non ne verrà più fuori Fiona Maye, la protagonista di questo splendido romanzo di Ian McEwan, La ballata di Adam Henry (1).
Partiamo dalla sua vita privata. In apparenza è felicemente sposata con Jack, uno stimato docente universitario di storia antica ed esperto latinista. La vita coniugale non ha mai avuto grandi scossoni, a parte il rammarico di non avere avuto figli, avendo la coppia privilegiato la carriera alla responsabilità pedagogica. Sopperiscono alla mancata genitorialità con le sporadiche ma regolari attenzione e cura che rivolgono ai giovani e giovanissimi della numerosa famiglia allargata. Non passa settimana che non abbiano un compleanno da festeggiare, un regalo da fare o un giovane parente da ospitare. In altre parole, i giovani e i bambini dei quali prendersi cura, sia pure una cura surrogata, non mancano. In tal senso la copertura affettiva è fatta salva. Sennonché, quando hanno entrambi sui sessant’anni, diciamo alla vigilia della vecchiaia, e tuttavia con un vigore fisico che, al giorno d’oggi, non cessa di sicuro a questa età, emerge il problema del sesso. Purtroppo! Non ne fanno da un po’ di tempo. E lui, Jack, ne sente un gran bisogno. Lei semplicemente non ci pensa, assorbita dagli impegni professionali, appagata dal successo e dalla stima di cui gode negli ambienti della magistratura londinese. Fiona conosce a menadito il diritto di famiglia e istruisce prevalentemente dibattimenti civili tra i quali hanno una netta prevalenza le cause di divorzio. La sua specialità sono le motivazioni inappuntabili delle sentenze che emette. Ha la massima cura nel tenere ben separate e distinte le inquietudini private dalle incombenze professionali. Una rigorosa e coerente condotta deontologica. Possibile? Probabilmente sì, se si tratta di dirimere questioni volgari come i diritti patrimoniali, gli assegni di mantenimento e, perché no?, deliberare in materia di curatela. Ma… .
Può un essere ragionevole dismettere completamente la propria umanità, col suo congruo bagaglio di sensibilità, emotività, coscienza e compassione che la singolarità di alcuni casi prospetta? Certo, il magistrato deve solo applicare la legge, non c’è verso! Fiona Maye lo fa, senza ombra di dubbio. In un vero stato democratico, necessariamente laico, il garantismo e il massimo grado d’imparzialità sono il fondamento non solo ideale, ma direi pragmatico. La legge non solo dev’essere uguale per tutti, ma il principio secondo il quale non esiste colpevole in assenza di prove certe, incontrovertibili e non viziate da interferenze è la struttura portante della coesione sociale e della solidità di uno stato di diritto. Non è raro che un magistrato debba sfidare l’opinione pubblica, i media e persino il gestore politico pur di applicare la legge. Legge e giustizia non sono la medesima cosa, la prima derivante dal legislatore, la seconda dal tormentato e sfuggente dibattito filosofico, morale, teologico, ambiti dai quali il diritto positivo deve per sua natura prescindere. Guai se la legge fosse dettata dai filosofi, dagli ideologi, dai moralisti o dai teologi! Se così fosse, avremmo detto addio alla democrazia. Il magistrato, anche in deroga ai suoi convincimenti personali, deve solo applicare la legge. Non è punibile per averlo fatto. L’odio che le sentenze attirano sulla sua persona sono lo scotto da pagare per esercitare la professione e, se la protagonista del romanzo di McEwan riceve solo intimidazioni e  minacce epistolari, nella realtà succede che un magistrato che faccia bene il suo lavoro metta a repentaglio la vita. Quanti i magistrati ammazzati, segnatamente nel nostro paese? L’assassinio di un giudice non è solo un efferato crimine, è pura idiozia. Cancellando il magistrato, non ho cancellato la legge, la quale resta in vigore e, prima o poi, ci sarà qualcuno che dovrà applicarla. Certamente il diritto nasce vecchio perché chi legifera non sempre prevede i casi venturi, i quali possono presentarsi e dunque indurre il futuro legislatore ad affinare, modificare o cambiare le regole del gioco. Finché ci sarà democrazia tutto questo sarà possibile. Solo le distopie o le ucronie religiose immaginano mondi immutabili; nessuna legge positiva potrà mai essere perenne perché è prodotto delle dinamiche storiche e dei necessari cambiamenti che esse comportano. 
A fronte della sensibilità e dell’attenzione rivolti a temi tanto delicati, esiste l’individuo entro la sfera degli interessi, degli hobby, del tempo libero, delle relazioni personali. Tra queste la coniugale dovrebbe occupare il primo posto, se non altro per il privilegio di essere, in linea del tutto generale, più stabile e duratura. Ciascuno dovrebbe dedicare al coniuge tempo e attenzione. Dopo le incombenze dei doveri professionali, la certezza di trovare il corpo caldo di un partner che ti accoglie, ti protegge e ti consola delle amarezze che non mancano in nessuna attività lavorativa, un partner col quale discutere, al quale confidare l’intimo travaglio della giornata appena trascorsa è un conforto per il cuore, ma anche un piacere per la carne, se il respiro di sollievo afferisce alla carezza, all’abbraccio, al bacio, alla confusione dei corpi. Al sesso. Ti perdi e ti ritrovi a un tempo, guadagni energia psichica, affronti con maggiori dinamismo e coraggio gli improcrastinabili impegni del giorno seguente. Le persone che hanno un’appagante vita sessuale le riconosci a colpo d’occhio: sorridono, appaiono rilassate, sono disponibili al dialogo col mondo, più produttive, comprensive, tolleranti. Tanto che non si capisce perché, in certi ambiti culturali, il sesso sia così tanto demonizzato, percepito come qualcosa di deviante, di irregolare, di disdicevole. Intendo tra adulti consenzienti, ovviamente! Il fatto è che le culture sessuofobiche sono anche quelle totalizzanti e concentrazionarie. Pretendono di controllare i corpi, oltre che le menti. La mortificazione della carne è lo strumento principe della sottomissione. Devi soffrire e patire, tanto qui sei di passaggio! D’accordo. Ma proprio perché sono di passaggio e non ho alcuna certezza delle delizie future, fammi almeno godere di quelle presenti, che non fanno male a nessuno se non a quelli che se ne privano. Può mai il tiranno universale dispiacersi del mio innocente e innocuo godimento? Se lui stesso mi ha dotato di organi e sensori deputati alla ricezione del piacere? Non parliamo, poi, dei piaceri immateriali quali la musica, l’arte, la letteratura; e poi la filosofia, la storia, le scienze fisiche, chimiche e naturali, le scienze umane, la psicologia, la sociologia, l’economia, il diritto. Gesù, per quale misterioso motivo sono stato dotato di intelligenza se non per farne uso? I santoni che ricevono ordini e consegne dal governatore cosmico lo sanno che sono una creatura pensante e discretamente intelligente? Perché, poi, il suddetto governatore parla con loro e non direttamente con me se ha qualcosa da dirmi? Mica gli ho sbattuto la porta in faccia! Sono una persona gentile, educata e rispettosa di chi ne sa più di me. Però non mi fido del sentito dire; ho bisogno di verificare le fonti delle notizie e poi valutarne l’attendibilità. A me le fake news non interessano. Intanto sono migliaia di anni che i guru di turno ne diffondono a loro discrezione e umore. Non devo nutrirmi di un determinato alimento. Va bene se ho una discreta libertà di scelta; ma metti che abbia a disposizione solo l’alimento proibito (cosa che chi sa di storia e paleoantropologia sa essere avvenuto), che faccio, mi lascio morire d’inedia? Perché mai il Capo dovrebbe volermi morto dopo che lui stesso mi ha dato la vita, senza che io glielo abbia chiesto? Cos’è che induce i santoni a proibirmi alcuni comportamenti spontanei e, direi, al limite dell’innocenza? Perché mai dovrei sottrarmi a terapie che mi salvano la vita se il preteso divieto di fruirne è stato imposto in un’epoca in cui neppure si sapeva com’è fatto un corpo umano, e come funziona, e di terapie idonee a farlo funzionare correttamente non c’era neppure l’ombra? Non è che i guru hanno qualche problema con se stessi? Siamo poi certi che siano sani di mente?
Intanto viviamo entro compartimenti stagni sotto lo stesso tetto, entro società laiche che, se ben governate, tendono a garantire chicchessia, benché le nostre immotivate paure ci inducano a chiuderci nei nostri ghetti culturali esclusivi, incapaci di aprire la porta al vicino di casa, a rivolgergli la parola, ad ascoltarne le istanze. In queste condizioni i conflitti sono inevitabili. Nei tempi recenti si vanno sempre più tramutando in guerre civili. Ci saremmo già scannati l’un l’altro se non ci fossero donne come Fiona Maye, la quale, siatene pur certi, è davvero tutti noi, o almeno tutti quelli che ancora conservano un minimo di raziocinio, immuni dalla compulsione del condividere fesserie a ritmo di mitraglia. In alternativa, ciò che sfugge alla nostra comprensione o non esiste o è demonizzato, incapaci come siamo diventati di riconoscere le nostre ignoranze, i nostri limiti, i nostri difetti. Umani, troppo umani quando ci proiettiamo in un improbabile giardino delle delizie, escludendo a priori la problematica e ben drammatica condizione umana. Unico status davvero comune nelle diversità che ci caratterizzano e definiscono.
L’adolescenza è la più concentrazionaria stagione della vita. È spaventosamente doloroso abbandonare il mondo dell’infanzia, tanto più se esso è stato attentamente protetto dalle supposte offese della verità. La cinica signora, la Verità, bussa improvvisamente alla nostra porta, che so io, sotto forma di una malattia imprevista, la perdita di una persona cara, un brutto voto a scuola, un atto di bullismo, una delusione amorosa o anche la banale scoperta di non essere fatti esattamente come gli altri, un’ovvietà per un adulto avvezzo alla resilienza, un trauma dalle imprevedibili conseguenze per un mollusco primo delle valve protettive. L’adolescente si accorge che la scatoletta nella quale aveva riposto e sistemato la sua vita è angusta per contenerla tutta; anzi capisce che non v’è contenitore capace di accoglierla. Dà di matto, si spaventa, torna sui suoi passi, s’impania nella virtualità del mondo dal quale proviene, oppure prova ad annullarsi, a rimpicciolirsi, a scomparire. Anoressia fisica e mentale! Solo se un adulto gli tende la mano (i genitori, un insegnante, uno psicologo, un medico) e amorevolmente lo traghetta sull’altra riva del fiume, probabilmente il soggetto in questione supererà indenne la prova. Educare (ex-ducere) significa questo, condurre, guidare. Malauguratamente per alcuni, il passatore non sempre ha modo di sorreggere il passeggero per tutto l’itinerario; non è insolito che lo lasci a  metà del guado ritenendolo sufficientemente allenato a proseguire il tragitto da solo. Talvolta è costretto ad agire in questo modo, deve badare ad altri che invocano il suo aiuto, è il professionista, non l’amante. Fiona Maye è una professionista, non è la madre né l’insegnante di Adam Henry, un quasi diciottenne alle prese con un conflitto apparentemente insanabile. Ciò che è certo è che agirà, sentite tutte le parti in causa, nell’unico ed esclusivo interesse del ragazzo. Applicherà la legge che, almeno provvisoriamente, sembra sposarsi bene con la pietà, l’umana pietà. Una marea di conflitti grava sulle spalle di Fiona, dall’angosciosa decisione di sacrificare la vita di uno di due gemelli siamesi a vantaggio di quello dei due che ha maggiori possibilità di sopravvivenza, all’altra penosa deliberazione che vede contrapposti i coniugi Bernstein, entrambi membri della piccola comunità haredim, ma in forte conflitto in materia di educazione da impartire ai figli, un dibattimento non dissimile dal non meno drammatico caso del bimbo sottratto proditoriamente alla madre e trasferito a Rabat per essere educato all’Islam, in questo caso in forte contrasto coi metodi educativi della corrotta Europa. Le sentenze di Fiona appaiono inappuntabili: la legge viene prima di qualsiasi considerazione di ordine morale o religioso. Lo stato è laico e tale deve restare se vuole davvero dirimere i conflitti in seno alla società multietnica, plurireligiosa, multiculturale, alla nostra società, quella nella quale a tutti noi è dato di vivere.
Nel caso di Adam Henry, tutto pende a favore delle incontrovertibili decisioni dell’interessato; è vero che non è ancora maggiorenne, ma lo sarà a breve, brevissimo termine. Le sentenze pregresse parlano chiaro: se è accertata la sua capacità di intendere e volere, si può non tener conto dei pochi mesi che lo separano dalla maggiore età. Ma Fiona in cuor suo intende salvare la vita di questo ragazzo in virtù di una banale considerazione: gli sono state offerte altre possibilità? Cosa sa veramente Adam delle altre opzioni? Se tu cresci in un ghetto e non ne sei mai uscito, cosa sai del mondo esterno? Con una decisione inconsueta, Fiona sospende per qualche ora il dibattimento e si reca in ospedale a far visita al ragazzo. No, non esercita alcuna pressione, sembra accettare ogni risoluzione del paziente. «Va bene così, Adam, faremo ciò che vuoi tu. Dai, parliamo d’altro!». Mossa da raffinata educatrice, non ho dubbi!
Adam si rilassa, chiacchiera del più e del meno, rivela di scrivere apprezzate poesie, ama la musica, sta imparando a suonare il violino, ha già fatto grandi progressi. È un po’ che si esercita ad eseguire un brano, un canto tradizionale irlandese, reso celebre da numerosi artisti, fino ai nostri giorni. Fiona lo conosce bene per essere un suo cavallo di battaglia negli annuali concerti di Natale in cui si esibisce col suo amico avvocato, Mark Berner. Detto tra noi, “Chi prende in mano un violino, o qualunque altro strumento musicale, compie un gesto di speranza che comporta il desiderio di un futuro” (2).  Adam esegue il brano, con qualche imperfezione, per un bistrattato do diesis. Fiona lo corregge; Adam suona di nuovo, questa volta con maggiore attenzione; lei canta. Il testo, ignoto al ragazzo, è una lirica di William Butler Yeats, Nel bosco dei salici (Down by the salley gardens). Eccone il testo integrale:
Down by the salley gardens my love and I did meet;
She passed the salley gardens with little snow-white feet.
She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree;
But I, being young and foolish, with her would not agree.
In a field by the river my love and I did stand,
And on my leaning shoulder she laid her snow-white hand.
She bid me to take life easy, as the grass grows on the weirs;
But I was young and foolish, and now am full of tears
(3).
A seguire la traduzione italiana di Luisa Zappa, la moglie di Angelo Branduardi, l’artista che diede alla lirica di Yeats una nuova veste musicale per il pubblico italiano:
Nel giardino dei salici ho incontrato il mio amore;
là lei camminava con piccoli piedi bianchi di neve.
Là lei mi pregava che prendessi l’amore come viene,
così come le foglie crescono sugli alberi.
Così giovane ero, io non le diedi ascolto;
così sciocco ero, io non le diedi ascolto.
Fu là presso il fiume che con il mio amore mi fermai,
e sulle mie spalle lei posò la sua mano di neve.
Là lei mi pregava che prendessi la vita così come viene,
così come l’erba cresce sugli argini del fiume;
ero giovane e sciocco ed ora non ho che lacrime
(4).
Sarà stato il piacere di produrre buona musica con uno sgangherato strumento musicale o la scoperta di una lirica di cui ignorava l’esistenza o anche il senso stesso dei versi (She bid me to take life easy, as the grass grows on the weirs), sta di fatto che Adam non subisce le decisioni del giudice, le accoglie come una nuova opportunità.
Scoppia perciò il conflitto, con la famiglia, con la comunità che lo ha allevato e istruito (indottrinato?). In aggiunta l’acuirsi di una sensibilità esacerbante da eroe romantico preda del fato. Il lettore lo guarda con gli occhi di Fiona.
“Il viso era lungo e affilato, bellissimo nonostante il pallore tremendo, con due livide mezzelune viola trascoloranti a poco a poco in bianco, e labbra carnose che la luce intensa faceva risultare violacee a loro volta. Anche gli occhi, enormi, parevano violetti. …” (5).
Di un ritratto del genere ti invaghisci e ti pare di contemplare un’opera d’arte. Sindrome di Sthendhal. Perdita di controllo delle emozioni per cenestesi. Un categorico istinto di difesa spinge l’emozione nei meandri della psiche profonda, nell’inconscio. Le fa eco, per contrappunto, lo stupore innocente del neofita, del ragazzo. «Resti ancora, resti ancora con me, signor Giudice, la prego. Mi prometta di tornare». «Ho un lavoro da compiere, piccolo mio. La Legge non può aspettare».
Si tratta di pochi complementari attimi di intensa empatia, in ambedue i casi atti a costituire il prologo di una tragedia o, se volete, il preludio di un melodramma, fa lo stesso. Pare che l’adolescenza, coi suoi conflitti, estremismi e enfasi, sia una condizione esistenziale artatamente rimossa più che una mera stagione della vita. Il romanticismo perenne è forse questo esplodere inatteso di passioni neglette o mal sopite. Persino nel grigiore di questi nostri anni narcolettici.
McEwan è maestro nel farcelo intendere, se non altro per le risonanze della grande narrativa ottocentesca disseminate nei suoi romanzi, primo fra tutti il pluripremiato Atonement (in italiano “Espiazione”) (6). Le simboliche scudisciate di questo modo di progettare un racconto non sono un mero omaggio all’illustre tradizione, ma anche il riconoscimento dei temi fondanti della contemporaneità, direi dell’identità collettiva di più popoli accomunati da una simultanea attenzione per i sentimenti, certo, ma anche e soprattutto per i latori dei sentimenti, i soggetti sociali che sono assurti al protagonismo negli ultimi due secoli: i bambini/adolescenti, le donne, il terzo stato, con gli inevitabili più recenti corollari di altre identità negate, dalla storia, dai sistemi di potere, dal pregiudizio, dall’ignoranza. Questa sì che è stata una rivoluzione permanente, a dispetto di quelle cruente progettate dai tradizionali capipopolo, per lo più maschi autoreferenziali! Non è un caso che proprio il XIX secolo e dintorni ha estrapolato dal magma dei sistemi filosofici lo studio su basi scientifiche dell’umanità nella sua complessa e articolata combinazione. È l’Ottocento che fonda e discute lo statuto epistemologico delle nuove scienze umane che oggi costituiscono ambìti e prestigiosi dottorati. Antropologia, linguistica, psicologia, sociologia, pedagogia, diritto e discipline afferenti ed efferenti possono ben dirsi al servizio del nostro benessere ove gli scienziati che vi si dedicano non perdano di vista le finalità dei loro studi e delle loro ricerche.
Ai riconosciuti meriti letterari McEwan, europeista illuminato, aggiunge quello di ricordarci il condiviso patrimonio di cultura e civiltà faticosamente conquistato. Non è poco per la bistrattata identità europea. Malauguratamente umanitarismo e cosmopolitismo sono sport poco praticati di questi tempi. È per questo che penso che de “La ballata di Adam Henry” c’era bisogno, c’è bisogno. Per tutti quelli che si occupano di semplice, banale, comune umanità.


© 2017Antonio Piscitelli

 

 1) Ian McEwan, La ballata di Adam Henry, traduzione di Susanna Basso, Einaudi 2014. Titolo originale: The Children Act, Jonathan Cape 2014. Di seguito citato come McEwan.

2) McEwan, p.110.

3) William Butler Yeats, Down by the salley gardens, in The Wanderings of Oisin and Other Poems, 1889; poi in The Wanderings of Oisin and Other Poems, Mcmillan 1933. Versione italiana in W. B. Yeats, “Poesie”, Mondadori 1974.

4) In Angelo Branduardi, Branduardi canta Yeats, album discografico, Dory Zard prod. 1986.

5) McEwan, p. 96.

6) Ian Mc Ewan, Espiazione, traduzione di Susanna Basso, Einaudi 2002. Titolo originale: Atonement, Jonathan Cape 2001.