L’INNO DI BATTAGLIA DI EVA SCHLOSS


“E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!”

[Giovanni Pascoli]

 

Desideravo leggerlo, ma quando l’ho visto esposto in libreria ho provato una certa irritazione. Già il titolo italiano, Sopravvissuta ad Auschwitz, è meno neutro dell’originale inglese, After Auschwitz. Ma il sottotitolo che la casa editrice vi ha aggiunto è addirittura mendace. Recita: La vera e drammatica storia della sorella di Anne Frank. È noto ai più che Margot, l’unica vera sorella di Anna, morì anch’ella a Bergen-Belsen nel 1945. Non è mai esistita altra sorella che Margot. Perché dunque questa informazione falsa? Evidentemente per stuzzicare la curiosità del lettore più sprovveduto, il quale magari si chiederà chi sia mai questa sorella misteriosamente e improvvisamente evocata. Posso ipotizzare un’operazione di marketing finalizzata a rendere più attraente un libro che non ha bisogno di altra promozione che la lettera del testo che propone, eccellente per sé e dunque degno di essere letto da qualsiasi lettore sensibile non solo al tema della Shoah, ma ai drammi e alle contraddizioni del nostro presente? Speculazione a parte, l’autobiografia di Eva Schloss non è solo un libro di drammatiche memorie, ma anche un’approfondita indagine dell’atroce condizione psicologica di chi è sopravvissuto ai crimini nazisti e ha dovuto riappropriarsi della vita tra mille difficoltà, tanto più in vecchiaia, quando il peso dei ricordi corre il rischio di schiacciarti irrimediabilmente, com’è accaduto ad alcuni, tra i quali non possiamo dimenticare il nostro Primo Levi. È pertanto ammirevole la tenacia, la forza e il modo con cui Eva è andata e va avanti, certamente testimone diretta degli anni più bui della storia europea, ma anche portatrice di un raggio di luce nelle tenebre della contemporaneità. Consiste in questo il valore del libro che ha scritto in collaborazione con Karen Bartlett e che la Newton Compton propone ai lettori italiani nella traduzione di Lucilla Rodinò e Rosa Prencipe: nell’ampia panoramica su uno spaccato di storia europea, dagli anni dieci del secolo scorso fino ai nostri giorni, nella prospettiva che coinvolge nel diritto di commemorazione non solo gli Ebrei, ma tutte le vittime dell’olocausto, nella compassione per i martiri delle numerose guerre che funestano la cronaca mondiale dei nostri giorni, nella solidarietà per i capri espiatori di tutti i pregiudizi presenti, nella pietà per le sorti degli umiliati e degli emarginati, ignari e involontari esclusi da un sistema economico e sociale che discrimina nei fatti e nella legge. Riconosce in questo sistema di valori il significato dell’opera intrapresa da Otto Frank, il padre di Anna, prima nel dare alle stampe il celebre Diario di sua figlia, poi nel promuovere una capillare opera di sensibilizzazione intorno al motivo della memoria.
Molti conosceranno le numerose polemiche che hanno investito la figura di Otto, una delle quali è l’accusa di lucrare sul suo stesso dramma familiare. Eva Schloss smentisce senza mezzi termini questa calunnia, ce ne restituisce un’immagine più consona ai fatti, più vicina alla sensibilità e al carattere dell’uomo, per averlo conosciuto assai bene dopo la guerra e per essere egli divenuto parte integrante della sua famiglia. Il 10 novembre 1953 Fritzi Markovits, la madre di Eva, sposa in seconde nozze Otto Frank. Entrambi vedovi per aver perso i coniugi nei campi di sterminio, trovano sostegno l’una nell’altra per lunghi anni. Sarà Fritzi a sostenere il nuovo marito nell’annosa ed estenuante vicenda editoriale del Diario di Anna Frank, gli sarà accanto in tutte le iniziative intraprese, lo seguirà nei numerosi viaggi intorno al mondo per la promozione del celebre libro, con lui risponderà alle migliaia di lettere che riceveranno da lettori di tutto il mondo, molti dei quali, è comprensibile, adolescenti in cerca di conforto e sicurezza. Otto diventa per Eva una specie di padre adottivo e sarà considerato il nonno dalle sue figlie. Non è suo padre e lei ha scarsamente frequentato Anna quando questa era in vita, benché fossero dirimpettaie e usassero giocare entrambe nella Merwedeplein di Amsterdam, la stessa piazza in cui trovarono alloggio dopo la fuga precipitosa l’una da Francoforte, l’altra da Vienna. I Frank vi emigrarono nel 1933, subito dopo l’avvento di Hitler al potere, i Geiringer (tale il cognome da nubile di Eva) nel 1938, dopo l’Anschluss.
È per questo che abbiamo rigettato il depistante sottotitolo dell’edizione italiana del libro, per neutralizzare l’analoga accusa che potrebbe essere rivolta all’autrice, un rischio di cui ella stessa sembra consapevole. L’autobiografia di Eva nega la logica di mercato, ma non la esclude certamente il suo editore italiano, il quale ragiona da imprenditore ed è mosso dal criterio d’impresa. Se lo dimentichi, il lettore di queste note, il vecchio editore che leggeva i libri, scopriva i talenti, li promuoveva per la dignità e i meriti che vi rinveniva. Un libro è una merce come un’altra e come tale è trattato. È difficile per un autore sfuggire alla mera legge del profitto, a dispetto delle sue buone intenzioni.
Tuttavia, fatta questa doverosa precisazione, occorre riconoscere che il libro merita la lettura. La prosa asciutta e incisiva, la fluidità del racconto, l’organizzazione della materia inducono alla riflessione più di quanto la scorrevolezza del testo lasci intendere, senza contare che non mancano qua e là brevi ed efficaci commenti dell’autrice che denunciano una mirabile lucidità di pensiero. Ecco cosa scrive a conclusione del capitolo dedicato ai processi ai collaborazionisti olandesi che denunciarono numerosi Ebrei: «Vorrei poter dire di credere che questa gente, e Miep Braams [l’infermiera che consegnò ai tedeschi il papà e il fratello di Eva, ndr] in particolare, si sarebbe trovata davanti alla vera giustizia dopo la morte, ma la mia esperienza ad Auschwitz mi aveva privato della fede nella potenza divina di “Dio” o nell’aldilà. La giustizia deve esistere in questo mondo, altrimenti non esiste affatto». Il contesto, poi, suggerisce l’idea che, in questo mondo, esistono norme convenzionali più o meno pattuite, non certo il diritto. I regimi, democrazie comprese, si reggono sulla legge, non sulla giustizia. Non è scritto da nessuna parte che le leggi siano buone per essere volute o accettate dalle maggioranze, qualunque sia il modo in cui queste si esprimono. Se così fosse, dovremmo legittimare il nazismo medesimo. Lungi da me e dall’autrice del libro il volerlo fare!
Nel 1995, in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz a opera delle truppe sovietiche, Eva assiste alle cerimonie e ai discorsi retorici dei capi di stato ivi convenuti. Costoro stigmatizzano le deportazioni e il razzismo e ne auspicano la sconfitta ovunque e per sempre. «Ma è successo ancora – commenta Zvi, suo marito – … Sta succedendo in diverse parti del mondo proprio in questo momento». Come dargli torto? Ne è consapevole la narratrice stessa se rivela di non voler demordere, nonostante la stanchezza e il peso degli anni. Spetta a noi seguirne l’esempio. Penso che al dovere di vigilanza andrebbero educati i giovani, nelle scuole, come la stessa autrice non manca di fare da molti lustri, a prescindere e prima che la presente opera vedesse la luce.
La Schloss rivela un temperamento volitivo, fiero, forte, battagliero, quasi negando nei fatti la timidezza e l’impaccio coi quali si presenta al pubblico delle conferenze a cui partecipa in ogni parte del mondo. Non fa sconti a nessuno, neppure a se stessa, rappresentandosi nell’immediatezza delle asperità del suo carattere, nella severità con cui giudica sua madre in diverse circostanze, nella valutazione non proprio benevola dei Giudei in odore di collaborazionismo. Eppure dietro la schermo dell’intrepidezza si nasconde una dolcezza d’animo e una finezza di sentimento che spingono il lettore alle lacrime. Tenera l’immagine che offre dell’amato fratello Heinz, un ragazzo di diciannove anni morto, poco dopo suo padre, nel campo di Mauthausen presso il quale era stato forzosamente trasferito nel gennaio del 1945. Ne evoca in più punti la mitezza dei modi, la nobiltà dei sentimenti. Amava i libri e le pittura, così che ce lo rappresenta negli anni dell’adolescenza come un solerte lettore e un pittore dilettante di promettenti attitudini.
Heinz, nei giorni della coatta clandestinità, nasconde alcune sue tele sotto le assi del pavimento della casa in cui s’è rifugiato. Lo fa poco prima che, per la denuncia di Miep Braams, sia catturato dalla Gestapo. Eva riuscirà a recuperare le tele dopo la guerra e a custodirle per lunghi anni. Commovente la descrizione di un autoritratto. Il ragazzo vi è rappresentato seduto alla scrivania; sullo sfondo è ben visibile un calendario che reca la data dell’11 maggio, quella di nascita di Eva. Una maniera, interpreta lei, per manifestarle il suo grande affetto, il sentimento che li lega oltre l’oltraggio del tempo che scorre. Le tele saranno esposte cinquant’anni dopo la morte del ragazzo. In occasione di una mostra americana, l’ormai anziana signora non può fare a meno di rivolgersi a lui, quasi fosse presente all’evento: “Visto, Heinz, non mi sono dimenticata di te. Avevi paura di non lasciare il tuo segno nel mondo, ma sei ancora con noi. Hai fatto il tuo debutto”. Ancora con noi! La tenacia della memoria è l’unico possibile risarcimento a chi ci è stato sottratto da una mano assassina, impassibile dinanzi al bocciolo che cade prima che abbia potuto effondere il suo profumo.
Nella piccola galleria fotografica che correda il volume, Heinz compare tre volte. È prima un grazioso bambino, poi un adolescente dall’aria romantica. In una foto è ritratto con un libro in mano, lo sguardo intento alla lettura. Non riesco a distogliere gli occhi da lui, mi sembra di conoscerlo, mi pare di potergli parlare, me l’ha reso vivo l’affettuosa testimonianza di sua sorella. Ha l’età dei miei studenti e, come loro, sogna di cambiare il mondo. Come i miei giovani allievi, lui l’avrebbe fatto davvero un mondo migliore, avrebbe reso lieti i miei anni maturi. Negando a lui la vita, hanno negato a me la gioia. Il loro delitto è anche contro la mia persona, contro la vostra, contro coloro che verranno. Ecco perché i suoi nemici sono anche i miei, e i vostri, e dell’umanità.
«Un’altra sera, una giovane tedesca si alzò in piedi e iniziò a piangere. Disse che suo nonno era stato nazista, mentre suo fratello aveva fatto parte della Resistenza. Il nonno aveva sparato e ucciso il fratello, e la famiglia non aveva mai accettato la cosa. Lei aveva lasciato la Germania per allontanarsi dal passato della sua famiglia e fino a quella sera non ne aveva mai parlato con nessuno».
L’episodio è gettato lì quasi per caso, ma colpisce per la particolare drammaticità. Né l’autrice del libro né noi possiamo verificarlo, ma, da altre fonti, abbiamo testimonianza di casi analoghi. Il fatto che la Schloss lo riferisca dimostra l’ampiezza di prospettiva con la quale affronta il tema del nazismo. Punta il dito contro il veleno di un’ideologia, non contro un popolo, per il quale non nutre astio, ma pietà, per essere stato esso per primo ostaggio di un manipolo di criminali.
«Qualche mese fa, ho concluso il mio discorso e ho guardato la scolaresca che avevo davanti. Una ragazza somala dagli occhi scuri ha alzato esitante la mano e mi ha chiesto: “Pensa che succederà di nuovo?».
L’autrice afferma di non essere riuscita a rispondere. Rispondo io per lei, parafrasando le parole di suo marito. Succederà, certo che succederà, anzi succede tutti i giorni sotto i nostri occhi indifferenti, annegati nel brodo di giuggiole d’un effimero benessere. La storia mondiale del secondo dopoguerra è storia di genocidi. La cronaca del presente è il resoconto d’una sanguinaria battuta di caccia all’uomo. Il numero delle vittime del dopoguerra è di gran lunga superiore a quelle dei campi di sterminio. Pare che i nazisti abbiano fatto scuola. I criminali dei nostri giorni, dietro qualsiasi maschera si celino, hanno appreso la lezione. A noi non resta altro che erigere gelidi monumenti ai caduti.
Confesso che mi ripugna questo genere di risarcimento. Vorrei non risarcire nessuno e vorrei che i giovani vivessero in pace e armonia e che la parola “discriminazione” sparisse da tutti i dizionari del mondo.
Forse è per questo che mi è piaciuto il libro di Eva Schloss: non è un gelido monumento, è un inno di battaglia.

Antonio Piscitelli