«LA BANALITÀ DEL MALE»


“Mamma, dammi il sole!”
[Ibsen, Spettri]

“C’era un ragazzo che, come me, amava i Beatles e i Rolling Stones” recita una celebre canzone di Franco Migliacci e Mauro Lusini portata al successo da Gianni Morandi e dallo stesso Lusini. È il 1966. Giancarlo è un bambino. Forse l’ha udita quella canzone, forse gliel’ha canticchiata la mamma o il papà. Non può capirne il testo, non sa nulla di quella terribile guerra che la canzone intende condannare. No, non sa che laggiù, nel lontano Vietnam, tanti giovani perdono la vita per nulla. Non sa, non può prevedere che diciannove anni dopo anche lui perderà la vita per nulla, in un’altra guerra, mai dichiarata, forse più subdola di quella della canzone proprio perché mai dichiarata, perché i giovani combattenti sul fronte della legalità non sanno di trovarsi in prima linea nei massacri di quegli anni e di quelli futuri. I loro nemici tramano nelle tenebre del crimine, nella cloaca della violenza, dell’impostura e dell’inganno, nella melma della trappola omicida. Non affrontano l’avversario a viso aperto, non potrebbero, non ne hanno il coraggio. La viltà è la loro arma vincente, l’agguato il loro metodo.   
Giancarlo Siani è giornalista, sia pure nelle mansioni poco confortanti del cronista di strada, uno dei tanti che, collaboratore esterno di qualche importante testata, spera di fare, prima o poi, il colpo grosso, di scrivere e pubblicare il pezzo che dimostrerà le sue qualità.
Nell’estate del 1985 ce l’ha quasi fatta. Da Torre Annunziata da cui corrisponde per “Il Mattino” viene spostato alla redazione storica di Via Chiatamone. Sostituisce i colleghi assenti per ferie, ma con la prospettiva di ricevere un regolare contratto da praticante giornalista professionista. Il sogno sta per avverarsi.
Sennonché la sera del 23 settembre dello stesso anno, di ritorno dal lavoro a bordo della sua Mehari, due sicari lo attendono nei pressi di casa. Gli scaricano addosso le pistole. Giancarlo muore. Ha ventisei anni e le legittime ambizioni della giovane età ancora impresse sul volto gioviale, checché denunci l’aspetto “integro, inodore, cereo, tiepido, rilassato” del suo corpo privo di vita.
Siani, allora, era uno sconosciuto, troppo giovane per essere ai vertici della notorietà. Chi scrive ricorda di avere appreso della sua esistenza dai giornali solo dopo la sua morte. E, come per tutte le vittime innocenti di quei terribili anni, ne pianse perché non riusciva e non riesce ad accettare che un bocciolo sia reciso dalla furia omicida dell’eversione criminale. Oggi è famoso in tutta Italia, celebrato e commemorato ovunque, ma non è tra noi, non c’è più e nessuno riesce a spiegarsi perché sia stato ucciso. La verità emersa dall’ultimo e conclusivo processo passato in giudicato non ha senso a detta di molti osservatori e studiosi del caso, tra i quali va annoverato Bruno De Stefano, autore del libro, già vincitore del più prestigioso premio intitolato al giovane cronista scomparso, che abbiamo letto e sofferto come un calvario di verità.
De Stefano ricostruisce con puntigliosa perizia l’intera vicenda, dalle premesse fino alla sentenza definitiva, consultando (e trascrivendone i passaggi cruciali) la voluminosa documentazione esistente intorno al caso: verbali di udienze e interrogatori, requisitorie e atti processuali, sentenze e articoli di giornale, ricostruzioni cinematografiche e pagine web. Ne deriva un chiaro quadro d’insieme che, se nulla toglie all’immagine alquanto oleografica che di Siani ci ha spesso trasmesso il mondo della carta stampata, ce ne restituisce la nuda e immediata umanità, ci fa sentire l’allievo e collaboratore del compianto professor Lamberti più prossimo, più fratello, più amico. Non santo né eroe, ma un semplice ragazzo, sano per educazione principi e ideali, simile ai tanti giovani che, negli anni delle stragi, dei complotti e delle trame eversive, coltivavano sogni di redenzione per un paese nel quale l’urlo nero delle madri non cessava di dilacerare l’aria, nonostante la guerra fosse alle spalle e le innovazioni in ogni campo dello scibile sembrassero preludere alla convivenza pacifica e al riscatto degli umili e dei diseredati. Ci credemmo in tanti, allora, e tra i tanti di quei giorni c’era anche Giancarlo, con la tenacia del suo lavoro di cronista, con la prodigalità del suo impegno sociale, con la schiettezza di un sorriso che incitava alla speranza, con l’amore per la verità.
La verità, nel suo caso, è sfuggente, benché l’autore del libro ce ne riveli la poliedricità. Ci sono le risultanze delle prime investigazioni, ci sono i pareri di amici e conoscenti, c’è il verdetto dei giudici nei tre gradi di giudizio del processo apparentemente risolutivo. Ma l’intero percorso, prima investigativo poi giudiziario, ci dice solo che è stata applicata la legge, non che sia stata fatta giustizia. Intanto perché non c’è legge o procedura che ripristini gli equilibri irrimediabilmente perturbati da un atto irreversibile come l’omicidio. In tal senso la Giustizia è e resta un mito, nel passato, nel presente, nel futuro. In secondo luogo nella nostra coscienza non affiora alcuna certezza. È troppo banale il movente del crimine perché una mente razionale possa accettarlo. Sembra una bambinata e in effetti, a ben guardare, lo è. Nessun uomo di buon senso penserebbe di ucciderne un altro perché questi gli ha fatto le boccacce a mo’ di scherno.
Due righe in un articolo apparso sul suo giornale hanno decretato la morte di Giancarlo Siani. Solo due righe! In un pezzo scritto e pubblicato tre mesi prima del delitto. Valentino Gionta, il boss di Torre Annunziata, latitante ospite dei Nuvoletta di Marano, è catturato dalle forze dell’ordine proprio mentre si allontana dalla tenuta dei suoi alleati. Circola voce che a tradirlo e a consegnarlo alla polizia siano stati gli stessi Nuvoletta, già affiliati e rappresentanti di Cosa Nostra in territorio campano. Qualcuno dei suoi consueti informatori deve aver riferito a Siani questa diceria e lui l’ha riportata pari pari nell’articolo che pubblica sull’operazione di polizia. Ha svolto il suo normale, ordinario lavoro di giornalista. Cosa accade? Che i capi della cosca siciliana si sentano offesi: come si è permesso questo giovanotto di ferire il nostro onore, insinuando un voltafaccia che il nostro codice comportamentale vieta per statuto? Questo giovanotto deve morire!
Gesù, c’è da inorridire se è davvero questo il movente del crimine! Una diceria di cui Giancarlo non poteva essere che il portavoce. È la stessa procedura con la quale si condannava alla pena capitale una presunta adultera e per la quale, in tempi non lontani, era invocata l’attenuante del delitto d’onore, un’aberrazione fortunatamente scomparsa dal nostro codice. L’onore? Ma di che onore parlano questi? Sanno cos’è veramente onorevole? Probabilmente no, non lo sanno, non lo capiscono, non lo capiranno mai. Ecco cosa scrivono i giudici, a proposito di un pentito valutato attendibile, nella motivazione della sentenza di primo grado: «Lontano, vano e non praticabile nel caso di specie qualsivoglia discorso che involga motivazioni di ordine morale o religioso: introdurre l’esigenza di principi etici o di una vera e propria catarsi – che sia essa laica o religiosa – presuppone soggetti dotati, anche in forma minima, di un substrato morale e di una capacità di elaborazione culturale…». Ecco, morale e cultura, capacità di elaborazione e spirito critico, cioè quel che rende degno di onore un essere umano! Tutte queste cose non solo sono assenti nei mandanti e negli esecutori del delitto, ma non sono neppure ipotizzabili, quasi che non di uomini simili a noi si stia parlando, ma di creature di un altro pianeta, estranee, del tutto estranee al tormentoso cammino della nostra storia comune.
I sicari attesero Giancarlo sotto casa per circa due ore. Quali i loro pensieri, quali i loro sentimenti? S’interrogarono mai su quel che stavano per fare? Stavano per privare della vita un ragazzo indifeso, solo, incapace di far del male a chicchessia, forse alieno da ogni sospetto di pericolo, probabilmente stanco dopo una lunga giornata di lavoro, impaziente di tornare in famiglia per godere della tranquilla e accogliente pace domestica, tra i suoi cari, tra gente che sicuramente gli voleva bene. Saranno stati capaci di pensare a tutto questo? No, non ne furono capaci. Loro non ebbero mai un padre e una madre amorevoli, mai ricevettero una carezza, nessuno mai li rimproverò per una marachella o un capriccio. Rimasero quali erano all’età di tre anni: selvatici come piante non domesticate. Oh, sapete, i piccini sono capaci di piccole crudeltà che, se non emendate per tempo, corrono il rischio di diventare atti inconsulti, azioni gratuite prive di senso. Automatismi da riflesso condizionato. Da adulti quei bambini diventano mutanti, agiscono a comando, senza coscienza, senza riflessione di sorta. Esattamente come gli assassini di Giancarlo, sostenuti nella superficialità dell’azione criminale da anfetamine e droghe affini, che liberano la mente dai dubbi, la coscienza da pericolose possibili interpellanze. Il male è banale, ha ragione Hannah Arendt, è facile come premere il pulsante dell’ascensore, non richiede alcuno sforzo, alcuna reale fatica, alcuna complessa elaborazione. Il bene non gli è concorrente perché ha una complessità e una profondità inimmaginabili, richiede oculatezza e discrezione, robustezza di spirito e coraggio, si dibatte nel tormento delle scelte plurime, attinge alla grandiosità dell’intera vicenda umana.
Mentre leggevamo il libro di De Stefano ci scorrevano nella memoria le immagini del processo Eichmann, un accostamento azzardato sembrerebbe. Eppure l’illogicità del movente nel delitto Siani non può non riportarci alle farneticanti giustificazioni del criminale nazista. Obbedivo agli ordini, affermava, ponendosi sull’attenti quando il giudice l’interpellava, quasi si trovasse dinanzi a un superiore gerarchico, con quella sua espressione impassibile e quei gesti stereotipati che, incontrollati tic da aggressività repressa, ben s’accostano alla virulenza comportamentale degli assassini di Siani, i quali festeggiano, si felicitano, si danno alla crapula come nulla fosse, come non avessero stroncato da poche ore la giovane vita di un innocente. Si direbbe che cambi lo stile, cambi la forma, riferendosi ciascuno a contesti diversi, ma la sostanza non cambi: l’assoluta gratuità del crimine, il male per il male. Anche per costoro la scusante è un ordine ricevuto. Anche questi sono stipendiati, come l’altro, sia pure più lautamente di lui.
No, l’accostamento mafia-nazismo non è così azzardato come sembra. Lo dimostra lo scempio dei corpi umani compiuto da entrambi, gli uni in qualche blindata tenuta agricola, gli altri in campi appositamente concepiti. Li accomuna l’ideologia dello sterminio per la difesa dell’integrità da cricca satanica, il riferimento esplicito a rituali stregoneschi, la barbarie della cultura clanica che invoca ordalie e faide, il sacrilegio d’una pattuizione che chiama a testimoni santini e spiriti oltremondani. L’iniziazione ha, in entrambi i casi, liturgie passatiste da esoterismi oscurantisti. C’è una differenza di stile evidente, ma il modo non cancella, in entrambi i casi, l’oltraggio al faticoso cammino della civiltà. Costoro sono fermi alla notte dei tempi, all’animismo prescientifico, alla selvaggia irruenza del rapace. Non sono uomini. Sono aborti di natura. Sospettiamo che per essi lo sforzo evolutivo compiuto dall’umanità nel suo insieme sia fermo alla fase larvale. La subcultura del male ha questo di agghiacciante: genera l’atrofia della coscienza, la focomelia della sapienza.
Da questa consapevolezza nasce probabilmente l’acuta osservazione del procuratore Armando D’Alterio, pubblico ministero nel processo Siani. Abbiamo trovato illuminante l’intervista alla quale De Stefano lo sottopone. Cita il premio Nobel per la medicina Alexis Carrell (1873-1944) a proposito d’un metodo investigativo che non procede secondo logica, ma secondo osservazione sistematica. Non è affatto vero che ciò che è razionale sia reale, così come non è vero il contrario. Non lo scandalizza l’illogicità del movente, riferendosi a personaggi ai quali la logica è, più che estranea, ignota. Se ragionassero secondo logica, avrebbero probabilmente un pensiero. Ma questi non pensano, agiscono, seguendo i dettami della loro natura grezza. La gentilezza della dialettica non li ha mai sfiorati. Ecco perché a noi, che viviamo di musica e poesia, di filosofia e letteratura, di matematica e astrofisica, sfugge parimenti la loro inezia.
A decretare la morte del giovane cronista sarebbe stato più comprensibile il movente politico, per il continuo investigare di lui sull’alleanza tra poteri locali e delinquenza organizzata. Non è mai stato possibile provarlo con riscontri oggettivi. Resta un’ipotesi, benché gli investigatori siano giunti, per altre vie, a processare i politici corrotti. Giancarlo scriveva di corruzione e tangenti, ma sulla scorta di fatti già noti agli inquirenti e all’opinione pubblica. È stata da più parti ventilata l’ipotesi che stesse lavorando a uno scottante dossier, a una probabile documentazione per un libro da dare alle stampe. Ma l’ipotesi ha avuto anche colossali smentite da parte di chi conosceva bene il suo lavoro. Il dossier non esiste, nessuno l’ha mai visto, a meno che non sia stato fatto sparire dai suoi assassini la sera stessa dell’omicidio. E tuttavia il rapporto politica-mafia non è solo una congettura. La collusione c’è stata e c’è, come dimostra il frequente scioglimento di numerose amministrazioni locali e come hanno più volte evidenziato i processi alle mafie nostrane. E tuttavia nessuna certezza assoluta ha potuto, finora, acchetare la nostra ansia di verità. La questione non è solo giudiziaria, è anche e soprattutto civile, riguarda la qualità delle nostre vite, le prospettive per il nostro paese, le speranze per le generazioni future. La verità non è curativa, non riporta indietro la storia, non ci restituisce i nostri morti ammazzati, ma è senz’altro lenitiva, ci aiuta a elaborare i comuni lutti. Ecco perché la reclamiamo, come Osvald, il protagonista del dramma ibseniano citato in esergo, reclama il sole.
Siamo stati costretti, noi uomini e donne comuni, a vivere nell’angoscia del mistero, della trama segreta, dell’atto proditorio, della manipolazione e della corruzione. Ancor prima che Giancarlo fosse ucciso. La storia d’Italia, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, è fitta di macchinazioni operate dai poteri occulti, ai nostri danni, a discapito della verità e della luce. Tentativi golpisti, stragi, servizi segreti deviati, terrorismi, logge massoniche, mafie e pervertimenti fanno dell’Italia il più buio paese del mondo, a dispetto della fama di cui gode. Chi siamo veramente e quale demone ci ha obnubilato le coscienze?
Quanti morti ammazzati nelle piazze, quanto sangue, quante lacrime versate per i nostri fratelli barbaramente trucidati dall’aberrazione dei poteri pubblici! Ridateci il sole che la vostra ingordigia ci ha scippato, forse per sempre! Noi siamo creature di luce e la luce, solo essa, è il nostro naturale elemento.                            
Nel saggio-inchiesta di Bruno De Stefano, che ci è costato non poco dolore leggere, rinveniamo quest’ansia di luce e di verità che, siamo certi, non è soltanto nostra e di coloro che ci leggono, ma di milioni di italiani e di italiane ai quali stanno a cuore le sorti del paese.
Giancarlo Siani era solare. Così ce lo dipinge il procuratore D’Alterio: «Era un giovane che esprimeva il senso più bello e profondo all’essere giovani, credere cioè sempre che si possa fare di più e meglio per la società e per il prossimo. La massima determinazione veniva fuori nella sua avversione per l’illegalità e più in generale per l’ingiustizia. Ma il bello di Siani è che non aveva bisogno di essere un giornalista “anticamorra” per essere “qualcuno”».
No, non ne aveva bisogno. L’autostima e il rispetto del prossimo sono gli unici cardini della nostra autentica, comune, semplice identità. Ci crediamo ed è per questo che osiamo ripetere che Giancarlo era “un ragazzo che, come me, amava i Beatles e i Rolling Stones”.

 

Antonio Piscitelli