LA TRENODIA DELLA CIVILTÀ

I conti non tornano. Non tornano a me, intendo dire, perché ad altri tutta la questione può apparire sotto altra luce. Che il libro*, peraltro assai godibile, non sia lo specchio di un’epoca, la nostra, che pare ruotare intorno alle aspettative dei quarantenni, più o meno i coetanei di Paolo Giordano, mi pare scontato, almeno se do credito all’immagine mentale che i media e un pizzico di esperienza mi suggeriscono sulle caratteristiche dell’attuale generazione di mezzo. I personaggi del romanzo hanno sì quarant’anni, oggi, ma non somigliano ai loro coetanei, se non per quel tanto di vago e indeterminato, forse di sfuggente, che contraddistingue i nuovi attori della storia mondiale, almeno nelle società più sviluppate. Certamente meno colti dei loro padri, s’arrabattano come possono nella gestione del presente, legati al contingente e all’immediato. Nessuno può prevedere il futuro, ma questi, a mio avviso, neppure ci provano a guardare la nostra comune vicenda in prospettiva. Gestiscono il quotidiano, come se il futuro non fosse possibile, a fronte della banale constatazione che forse un domani ci sarà, se non per noi stessi, per i nostri figli e i nostri nipoti.
I personaggi di “Divorare il cielo” vivono certamente in uno spazio geografico identificabile, la vasta area delle province di Brindisi, Taranto e Lecce, hanno anche un tempo storico che fa da sfondo alla loro vicenda, gli antefatti e i fatti della fitopatologia olivicola da Xylella che ha colpito la Puglia negli anni 2008-2010, ma hanno anche caratteri astratti che ne fanno percepire sfuggenti le psicologie. A me questi non sembrano i ragazzi degli anni Novanta. Mancano di plasticità. Sono asociali in buona sostanza, hanno comportamenti rigidi e scarsamente reattivi al tempo e alle circostanze esterne al piccolo gruppo, coltivano in vario modo il mito di un ecologismo intransigente che dimentica che l’umanità vanta circa otto miliardi di creature da sfamare e che, se la loro piccola azienda ecosostenibile a stento e a malapena dà loro di che sopravvivere, su scala globale difficilmente riuscirebbe a tenere in vita una popolazione in costante crescita. Queste ed altre peculiarità del racconto mi fanno supporre che Giordano abbia voluto mettere in scena delle figure simbolo più che creature vive e attive. Tenderei a leggere questa sua recente opera come una specie di conte philosophique più che come tradizionale romanzo. Bern, il fulcro attorno al quale ruotano le vite di tutti gli altri personaggi, è né più né meno che la copia contemporanea di Cosimo Piovasco di Rondò, il protagonista de “Il barone rampante” di Italo Calvino, un uomo che non tocca mai terra. Mi domando: chi si rifiuta di mettere i piedi a terra, per tutta la vita, è un ideale di umanità o un disadattato?
Forse è un eterno adolescente, cioè circoscritto entro un’età intransigente che stenta a rinunciare al mondo fiabesco dell’infanzia, trovando crudele la realtà. Resta prigioniero di una sorta di autismo culturale senza via di scampo e, tutto sommato, senza tempo, senza divenire. A mio avviso la prospettiva è claustrofobica. Adagiarsi alla vita, alla mutabilità delle cose non significa rinunciare a valori e ideali, ma semplicemente verificarne giorno dopo giorno la realizzabilità nella fattuale interazione con gli altri esseri umani. Intendo dire che Nicola, tanto per fare un esempio, non è affatto antagonista, se non nel criterio narratologico del sistema dei personaggi; sia pure nella rivolta estrema, edipica direi, agli insegnamenti paterni, sia pure nel suo incarnare il male, è figura viva, nel senso che vive nella concretezza della realtà. Gli altri rincorrono sogni, miti, bramano l’Assoluto al di fuori e contro ogni fattualità. Si perdono tutti, chi per un motivo chi per un altro. Gli unici a cadere in piedi sono Cesare da un lato e Teresa dall’altro. Il primo, personaggio per me odioso, protetto dal suo ostinato panteismo fatalistico, la seconda sostenuta dall’illusione dell’amore eterno, oltre il limite del tempo che ci è dato di vivere. Si tratta, in ogni caso, di due fedi, una afferente alle religioni storiche, l’altra al mondo interiore dei sogni salvifici.
Se è valida la mia chiave di lettura, Giordano sembra dirci che la salvezza è nella protezione irrazionale della fede, una tesi alquanto strana per uno scrittore notoriamente ateo o agnostico e, per altro verso, uomo di scienza.
L’intero dramma s’aggira intorno al perenne conflitto tra Natura e Cultura, la prima intesa come bene assoluto, la seconda come depravazione. Di qui il bisogno spasmodico di ritornare alle origini, a quella Natura benevola e incontaminata che sola può restituire all’uomo la perduta felicità. Un’utopia bell’e buona, se è vero che l’uomo medesimo è contro natura, per statuto. La Natura non esiste, o almeno non esiste nei termini di autonomia dalla manipolazione delle culture. L’uomo, in quanto animale intelligente, combatte per necessità le forze avverse della natura; così devia il corso dei fiumi, costruisce barriere prima inesistenti, sventra montagne, scava miniere e pozzi, costringe la terra a soddisfare i suoi bisogni. Agricoltura e allevamento risalgono all’ultima glaciazione, non sono un prodotto di natura, ma di cultura. Mi pare evidente che, negli ultimi dieci-dodicimila anni, l’uomo non solo ha manipolato i processi naturali, ma li ha alterati a suo vantaggio, fino a compromettere gli equilibri dentro e tra le quattro sfere terrestri. L’espansione dell’ecumene, l’incremento demografico e lo sviluppo sono le cause principali dell’aggressione sconsiderata ai lenti processi naturali. Oggi non esiste fenomeno di natura che non abbia subito la sua brava manipolazione. Il ritmo accelerato col quale sfruttiamo e deprediamo la biosfera è tale da rendere irreversibile il processo, fino alla concreta possibilità di cancellare ogni forma di vita sulla Terra, compresa la nostra. La risposta a questi problemi non è nelle stelle, ma nella politica, una scienza poco praticata ai giorni nostri.
Il mito della genetica chiude il cerchio. Bern avrà un figlio con le stimmate dei suoi geni. Un embrione congelato è impiantato nella madre naturale. Bern vivrà nel nascituro. Aberrante illusione! Intanto è palesemente tradito l’ideale naturista di partenza: gli embrioni congelati sono prodotto di cultura, non di natura. Non è tutto: i geni non trasmettono che vuote forme; il tempo e l’esperienza forgiano i nuovi individui che, per vivere in altre epoche e in altri modi, maturano personalità che poco o nulla hanno a che fare con la matrice. Noi, non siamo i nostri genitori. Mai! Possiamo essere migliori o peggiori, non conta. Conta che siamo individui diversi. Oltre tutto questa esaltazione della genetica mi puzza di Nazismo. A ben guardare la purezza della razza sta nella conservazione dei geni. Malauguratamente i nazisti neppure sospettavano che le pratiche endogamiche indeboliscono la specie e producono idioti. E non lo sospettiamo neppure noi, se devo dar credito alla crescente e dilagante xenofobia.
Quanto alle convenzioni sociali che ogni comunità impone e trasmette ai suoi membri, mi pare evidente che siano umane e non naturali. Sono elaborazioni culturali che evolvono e si trasformano col tempo. Sono dentro una storia. Il patente conflitto tra individuo e società si risolve di solito a vantaggio della seconda più che a sostegno del diritto alla trasgressione del primo. Il transfuga di solito è bandito e tutto lascia credere che il conformismo alla fine abbia la meglio. Ma la trasgressione organizzata ha maggiori speranze di successo, diventa soggetto politico di conflitto e confronto. Ha un senso e qualche possibilità. La rivolta individualistica potrà pure fare appello alla discussa autorità di Max Stirner, potrà pure immaginare l’assalto al cielo, ma resta sterile se si ferma all’egoismo autoreferenziale. I giovani (poi adulti) di Giordano, a guardar bene, sono tutti autoreferenziali, fino al punto di non accorgersi delle contraddizioni di tutti e di ciascuno.
Forse il romanzo ci rappresenta in questo: nell’autoreferenzialità e nelle contraddizioni di tutti e di ciascuno. Non siamo più in grado di stare insieme, rifiutiamo la fatica dell’impegno, del dialogo e del compromesso, immaginando di restare puri e farneticando intorno alla libertà incondizionata. Siamo alla trenodia della civiltà, un piagnisteo senza sbocchi.
Guardate che non è per nulla fatale che i cattivi governino il mondo. Lo è se continuiamo a nutrirci di cielo. Loro, i cattivi, sembrano dirci: divorate pure il cielo; noi, nel frattempo, divoriamo la terra!


Antonio Piscitelli

* Paolo Giordano, Divorare il cielo, Einaudi, 2018