LA «CONFIDENZA» DI DOMENICO STARNONE

Tre racconti, il primo dei quali occupa oltre cento pagine del libro (1); gli altri due molto più brevi. Fanno un romanzo perché ruotano intorno alla figura di Pietro Vella, un professore di liceo che il caso vuole famoso, di una fama della quale si compiace e che forse merita. Ha pubblicato un paio di saggi sulla scuola la cui eco mediatica gli è valsa la collaborazione con giornali prestigiosi. La notorietà è casuale solo in parte, per essere stato ‘casualmente’ scoperto da una specie di mecenate, Stefano Itrò. Il resto è opera di Tilde, la segretaria tuttofare del suo editore-protettore, che “aveva buoni rapporti con le redazioni dei giornali, senza dire che il nome di Stefano Itrò all’epoca contava molto, […]. Entrambi fecero in modo che, nel giro di un mese, uscissero qua e là recensioni che, anche quando parlavano criticamente del libro (il primo pubblicato, ndr), gli attribuivano un cospicuo numero di meriti”. Starnone conosce bene il meccanismo, probabilmente per averne fatto esperienza con i suoi divertenti (ma anche amari) pamphlet sul mondo della scuola.
Erano gli anni Ottanta del secolo scorso, i medesimi in cui il professor Vella, scarsamente consapevole dei suoi meriti e delle sue qualità, conquista non solo studenti e colleghi, ma anche il più vasto pubblico dei media e delle sale conferenza. Il segreto di tanto successo sembra essere la sua onestà ai limiti dell’ingenuità, gli ingredienti che rendono libero un individuo: parola di Tilde! Sicché l’autonomia di pensiero e giudizio, non disgiunta dalla spontanea propensione all’empatia, gli evitano la subordinazione alla politica, anche quando questa prova a mettere il suo marchio di fabbrica sui meriti del dipendente che tampona di sua iniziativa le vistose falle della pubblica amministrazione. Chiunque conosca le strategie da marketing dei politici italiani converrà con Vella-Starnone, o con Tilde se vuole.
Tutto questo è però la cornice in cui si articola la storia; e si articola anche bene, per darci tre punti di vista differenti sul medesimo individuo. Il primo è quello dello stesso Vella, che si espone in prima persona e pare che lasci incompiuto il romanzo della sua vita. In realtà l’incompiutezza non è nel testo redatto, ma nella sospensione della lettura che ne opera la terza narratrice, Teresa Quadraro, una scienziata di chiara fama internazionale che un tempo fu allieva di Vella e che, lasciata la scuola, ne divenne l’amante. Riceve dall’ormai anziano professore un voluminoso “manoscritto” nel quale il narratore “punta a trasformare se stesso in un prodotto letterario”, ben sapendo che “narrare significa mentire, e meglio racconta chi meglio mente”. Bel caratterino questa Teresa, vedrete! Poco incline alle enfasi della letteratura, l’anziana signora interrompe la lettura del fascicolo alla centesima pagina, nell’esatto punto già noto al lettore. Quanto al mentire, Vella ha già affermato altrove che “La menzogna è la salvezza dell’umanità”. Qualora ne voleste una prova fresca di stampa, leggete il bel romanzo di Ian McEwan, Macchine come me; capirete quanto sia vera la sortita di Vella.
Il romanzo dunque inizia con la travolgente storia d’amore tra un giovane insegnante e la sua allieva.
Prima di procedere nell’analisi del libro devo dirvi qualcosa riguardo a questo genere di relazione, per evitare che mi diate dello sporcaccione. Intanto potrei citarvi decine di romanzi nei quali compare una vicenda sentimentale o di sesso tra docenti e discenti. Si tratta per lo più di contesti universitari, ma non sono esclusi quelli scolatici. In secondo luogo sono più o meno testimone diretto di tali vicende. Ho conosciuto una professoressa che si è portata a letto ben due studenti appena maggiorenni. Devo anche dire che, ovviamente, non li ha costretti, li ha solo sedotti con la parola, lo stesso strumento di seduzione che adopera Vella. Recentemente ho discusso della questione con una colta e raffinata professoressa ancora in servizio, la quale ha affermato che, se è possibile che uno studente si invaghisca dell’insegnante, c’è anche il rischio che accada il contrario. A suo dire, occorre stare bene in guardia per evitare che i rapporti coi ragazzi valichino i limiti della relazione pedagogica. Se lo afferma, vuol dire che conosce il congegno ad orologeria. Caso vuole che, nel corso di una conferenza che ho tenuto in un liceo napoletano, conferenza che prevedeva la visione di un film nel quale si intravede, tra l’altro, il legame sentimentale tra una donna adulta e un diciottenne, all’esplicita domanda di una studentessa sul tema, col dovuto garbo, ho dovuto rispondere. A conclusione della digressione e per equanimità, devo confidare una vicenda relativa a un mio esame all’università. Lo ripetei due volte. La prima fui bocciato da un assistente in carriera. La seconda volta, senza avere aggiunto molto alla mia previa e - direi - scrupolosa preparazione, chiesi al titolare di cattedra di poter sostenere l’esame con lui. Me lo concesse e, dopo oltre un’ora di colloquio, mi diede il voto massimo. Sono tuttora convinto di avere meritato il voto, ma penso pure che per il mio docente l’oretta passata con me fu qualcosa di assai simile a un amplesso. Gli piacevo e, benché molto giovane, ero già capace di distinguere la differenza tra un esame e il sogno irrealizzabile e irrealizzato di un rapporto sessuale. Il voto non fu solo mio merito, ma anche, in immagine, un orgasmo per il professore che me lo concesse. Della commissione di laurea (la mia) faceva parte un docente temutissimo, sensualmente colto ed affascinante. Tutti sapevamo che si era portato a letto non poche studentesse. Ne conobbi una che fu sua amante. Stimatissimo ancora oggi che non c’è più, fu per molte sue ammiratrici un vero dongiovanni. So per certo della fanatica ammirazione di alcuni studenti universitari per un paio di giovani insegnanti, un uomo e una donna, tuttora in carica. Dunque sarà meglio che mi risparmiate le vostre smorfie di disgusto; non l’ho inventato io l’essere umano.
Ed è questo il tema della pregnante investigazione di Starnone, l’assoluta fragilità e imperfezione dell’essere umano. La cognizione dell’intima deformità di ciascuno di noi contiene atti e comportamenti indicibili, tali da farcene percepire il morso anche se si sono verificati in tempi lontani e le loro conseguenze appartengono alla categoria delle pene estinte. Pietro e Teresa, da giovani, si sono confidati, a mo’ di sfida, le loro rispettive ignominie. Le confidenze di un tempo li terranno legati per il resto dei loro giorni in un “matrimonio etico” di dubbio concepimento. Chi dei due l’ha proposto all’altro? I differenti punti di vista mostrano una verità, a mio avviso, incontrovertibile: l’innamoramento è uno stato confusionale che ci induce a costruire di sana pianta la persona amata, come si fa nei romanzi. In altri termini, l’oggetto di ogni vagheggiamento amoroso è una nostra invenzione. Ecco perché ciascuno dei due narratori, Pietro e Teresa, reinventano in maniera quasi contrapposta l’esperienza comune. Se noi guardassimo con oggettività il nostro amato, probabilmente non lo ameremmo. Per il semplice motivo che non ha nulla di straordinario e non è meno umano di noi, imperfetto, fragile, instabile. L’aura di grazia entro il quale lo avvolgiamo è parto bizzarro dei nostri ormoni. Se ne fossimo consapevoli prenderemmo il sesso per quello che è, una sfrenata manifestazione di buonumore. Probabilmente cesseremmo di chiamare tradimento la naturale tendenza alla poligamia e il matrimonio legale diventerebbe ciò che in effetti è, un contratto di natura civile che impegna due individui alla gestione del comune patrimonio e alla responsabilità verso i figli.
Guardate che il legame coniugale tra Pietro e Nadia, pur con qualche inevitabile difficoltà, funziona benissimo. Ne sia prova la testimonianza di Emma, primogenita della coppia, nel secondo racconto. Lei non ha nulla da rimproverare ai suoi genitori, anzi li rispetta e li onora. Attribuisce a sé stessa le sue nevrosi e se ne assume la responsabilità. La coppia Pietro-Nadia ha fatto bene il suo lavoro pedagogico, ha reso i figli autonomi e responsabili. Sarebbe l’approdo auspicabile di qualsiasi rapporto educativo, compreso quello dell’insegnamento-apprendimento. Nessun corpo dotato di intelligenza ci appartiene. Ciascuno appartiene solo ed esclusivamente a se stesso.
Sull’esile trama del romanzo Starnone costruisce un trattato pedagogico per chi poco o nulla sa di pedagogia e lo fa con la mansuetudine di una prosa che è sbalorditiva per la chiarezza e l’armonia. Usa la parola, scritta nella fattispecie, per sedurci e tenerci legati alla lettura dall’inizio alla fine. Che si vuole di più da un libro? Se cercate gli effetti speciali, non li troverete. State leggendo l’opera di uno scrittore, non di un pennivendolo.

© Antonio Piscitelli 2019

 

1) Domenico Starnone, Confidenza, Einaudi 2019

2) Ian McEwan, Macchine come me, Einaudi 2019