IN UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO


Agli amanti del genere dico subito che vale la pena leggerlo. Ma lo suggerisco anche a coloro che poco o nulla curano i thriller tutt’azione e poca letteratura. Sono veloci, riferiscono fatti, intessono dialoghi cinematografici, tengono desta l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima battuta. Fanno il loro mestiere, insomma. Nascono per il mercato e al mercato sono rivolti, conoscendone la suscettività. Compaiono sovente ai vertici dei libri più venduti. Non sempre lo meritano, ma vi compaiono.
Non so se anche quest’opera prima di Giuseppe Pititto troverà estimatori, ma per certi versi lo auspicherei, non tanto perché le caratteristiche del buon thriller le ha quasi tutte, ma perché pone seri quesiti alla nostra coscienza. È un romanzo, come rivela d’acchito l’ammiccante copertina, ma è opera di un magistrato ancora in servizio, spesso titolare di inchieste scottanti che, per sua stessa ammissione, gli sono state sottratte con motivazioni pretestuose. Sembra di capire che le indagini gli sono state tolte perché, magari, lui, il Pititto inquirente, era assai prossimo ad accertare precise responsabilità, avocate o affidate a personaggi di mezza tacca più proni alle verità di Stato, che non coincidono esattamente con le nostre attese, di noi comuni cittadini che la giustizia la vorremmo, perché siamo brava gente, un po’ distratta forse, ma brava gente. Lui si è occupato delle indagini sul delitto di Ilaria Alpi e, puta caso, il suo racconto muove proprio dall’omicidio di una giornalista che sta per scoprire, ma in effetti non scopre un bel nulla, un colossale traffico d’armi dietro al quale c’è un ministro degli Interni, tal Ugo Miraglia, aspirante alla carica di Presidente della Repubblica. Nella finzione narrativa, è lui il grande corruttore di cui riferisce il titolo del libro.
Non vi sto rivelando il nome del colpevole perché questo compare a chiare lettere fin dalle prime battute. Tutta la narrazione ha intendimenti diversi. Non vuole farci scoprire la verità, ma mostrarci le losche manovre adoprate per occultarla. Un giallo alla rovescia, insomma, un resoconto spietato e senza sconti su come presumibilmente funziona la giustizia in Italia, se non addirittura il sistema paese in quanto tale, una roba, credetemi, da sentirvi contorcere le budella, da farvi desiderare di migrare altrove, come molti giovani già hanno fatto o stanno meditando di fare.
Come dite? Mi sto facendo prendere troppo la mano da un’opera di fantasia? Guardate che io in questo paese ci sono nato e ci vivo. È da che ho l’età della ragione che leggo sui giornali di trame e corruzione, di servizi segreti deviati, di tentativi golpisti, di attentati e omicidi impuniti, di strani giri di denaro, di P2 e P4, di magistrati e giornalisti spietatamente ammazzati, di inchieste affossate e chi più ne ha più ne metta. Non me le sono mica sognate queste cose! Non è forse di queste settimane la notizia che la corruzione ci costa 60 miliardi di euro l’anno e che, all’interno di paesi dell’Unione Europea, siamo ai primi posti in classifica? Non vi scoraggiate, amici cari, vedrete che prima o poi conquisteremo la palma del primato assoluto, almeno a livello europeo. Per i campionati mondiali dovrete attendere un poco, non siamo ancora bene addestrati. Forza Italia!
Ironia della sorte, ho letto il libro di Pititto subito dopo aver completato quello, di ben diverso genere e consistenza, che Pietro Grasso, il procuratore nazionale antimafia, in collaborazione con Enrico Bellavia, ha dato alle stampe per i tipi dell’editore Baldini Castoldi Dalai. S’intitola “Soldi sporchi”, fa esplicito riferimento a note inchieste giudiziarie, ci spiega papale papale come funziona il riciclaggio. È addirittura più semplice della pur disarmante semplicità con cui avviene la corruzione nella rappresentazione che ce ne dà Pititto. Armi a guerriglieri e terroristi in cambio di droga. Il ricavato della droga finisce su conti cifrati all’estero e, una volta ripulito, viene immesso sul mercato per altre losche manovre finanziarie e speculative, col beneplacito di banchieri, finanzieri, politici e magistrati. Persino del Vaticano, a quanto pare. Le armi, ovviamente, vengono utilizzate per ammazzare i nostri soldati in servizio all’estero. Il tutto con la splendida coreografia dei funerali di Stato ai quali le facce di bronzo dei nostri politici si presentano contrite e innocenti, chiaramente mantenendo il più stretto riserbo su chi produce le armi, a chi vengono vendute e con quali guadagni, visto che quelli che le usano contro di noi, mafiosi compresi, non le producono.
Allora mi vien da pensare che la vicenda che ci riferisce l’autore de “Il grande corruttore”, per inventata che sia, viene pur sempre da uno che di giustizia se ne intende, così lo scenario che ci rappresenta somiglia parecchio alla cronaca reale. La lingua adoperata è semplice e immediata, priva degli artifizi retorici propri di un testo letterario, addirittura scabra nella sintassi poco articolata, nell’eccesso di scene dialogate che certo non possono indulgere a funambolismi stilistici. Voluta tutta questa immediatezza, per colpirci e farci indignare? Lo penso, anche se non posso esserne certo. Ciò che leggerete, se ne avrete voglia, è agghiacciante: sete di potere, avidità, crudeltà e cinismo stomachevoli. Non sembra di essere nel bel paese dall’idioma gentil sonante e puro caro ad Alfieri, ma nell’aura sanza tempo tinta di dantesca memoria. C’è da soffocare. L’atmosfera è quasi sempre plumbea, fredda, piovosa, impregnata del puzzo di fumo di sigarette, pipe e sigari, una cosa da fare un baffo alle famigerate camere a gas.
Poche le pause rilassanti. Un capitolo ci mostra una bella Parigi autunnale, scenografia ideale d’una coppia “pulita” che si concede la fuga momentanea dalla melma patria. Si amano teneramente il giudice Davide Nucci e sua moglie Cinzia, ma faranno entrambi una brutta fine.
Poi c’è un corale commovente, quello della manifestazione studentesca di Roma, davanti a Palazzo dei Marescialli, sebbene anche in questa occasione Pititto non manchi di ricordarci chi siamo, ponendo sulla bocca di uno degli studenti la frase: «L’unica è farsi gli affari propri. Mio padre me lo dice sempre».
Probabilmente questo studente è nostro figlio, quello al quale ciascuno di noi insegna a chinare senza amore la testa, a non offendere anime privilegiate. Questo nostro figlio un giorno diventerà giornalista, ubbidirà ciecamente al suo direttore, che ubbidirà alla proprietà del giornale, che si piegherà al referente politico del momento. Così scriveva Pasolini:
Se fossero lì [le madri], mentre voi scrivete
Il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Sembra il ritratto dei giornalisti di Pititto, eppure la lirica è vecchia di parecchi lustri. Così penso che il mio paese è malato da sempre, è nato malato d‘ignavia e cieca avidità. E sogno di andarmene, di lasciarlo marcire e morire nella sua stessa melma. Potrei chiedere asilo politico a qualche altra nazione. Non so perché, mi viene in mente la Finlandia. Non l’ho mai visitata, ma mi hanno detto che vi si respira un’aria così fine da dare le vertigini. Se è così, ci vado. Ho tanto bisogno di una boccata d’ossigeno!

 

Antonio Piscitelli