IL MIO COMING OUT

Artemidoro di Daldi o di Efeso fu un filosofo e scrittore di lingua greca vissuto all’incirca tra il 120 e il 192 della nostra era. È noto per averci lasciato gli Oneirocritica, in cinque libri, sull’interpretazione dei sogni, un trattato che, se non altro per associazione di idee, fa pensare a Sigmund Freud. In realtà si tratta di un’opera più prossima alla mantica che alla scienza. Non è interessante per le pretese divinatorie, ma per essere specchio di un’ideologia che ancora caratterizza il nostro modo di pensare e di rappresentarci l’umanità. Michel Foucault, nell’ormai celebre Le souci de soi, Gallimard 1884, analizza con estrema attenzione i libri degli Oneirocritica che trattano dei sogni erotici, nei quali rinviene lo specchio di una società stratificata, ma sostanzialmente binaria nella quale i ruoli sono solo due, più o meno come quelli relativi ai comportamenti sessuali, attivo e passivo. Come nelle società classiche esistevano ruoli sociali prestabiliti e riconducibili all’idea di attività e passività, così nel sogno erotico il soggetto sognante può essere attivo o passivo. Ne deriva una sorta di morale “sessuale” stravagante, certamente diversa da quella fondata dal Cristianesimo, ma prossima al pregiudizio secondo il quale, nel sesso come nella società, esistono ruoli attivi e ruoli passivi. I greci della classicità non condannavano alcun comportamento sessuale, ma suggerivano estrema cautela nell’assunzione del ruolo, attivo o passivo. In parole povere, per loro era sconveniente che un cittadino adulto di classe elevata, dato il ruolo attivo nella società, potesse assumerne uno passivo nelle relazioni sessuali. Parliamo ovviamente di maschi adulti di ceto alto, essendo gli unici “attori” riconosciuti dei processi economici, politici, sociali. La passività per eccellenza è ovviamente femminile, alla quale è associata quella dei fanciulli, dei domestici, degli schiavi. A tutte queste categorie che, a guardar bene, rappresentano la maggioranza dell’umanità, è consentita la passività; per gli altri, per l’oligarchia dominante, per la minoranza degli esseri umani il ruolo sessuale passivo è disdicevole. Ovviamente è attivo chi penetra, è passivo chi si lascia penetrare.
Ciò che nel pensiero di Socrate, Platone o Aristotele, che Artemidoro dimostra di conoscere, appare come la morale di una società ideale ai limiti della perfezione, non corrisponde alla realtà. Non saprei dire quanti degli uomini in carne ed ossa vi si attenessero. È certo che il buon nome di un cittadino era salvaguardato dalla fama di essere virile, cioè di essere “attivo” sempre e dovunque. In altri termini ci si poteva “chiavare” chiunque, ma sempre nella supposta posizione di dominatore. Ecco da dove ha origine quella cultura fallica che, attraverso i secoli, è giunta fino a noi e che le odierne e bistrattate culture evolute bollano come maschilismo o fallocrazia.
Ma, detto tra noi, quale fondamento scientifico ha il concetto di “passività”? Esiste al mondo un’umanità che subisca soltanto, sempre e dovunque, senza mai operare una scelta che la veda attrice e protagonista del suo destino? Secondo il mio modesto parere, a meno che non sia costretto da coercizioni e coartazioni fisiche o psicologiche, ogni essere umano agisce ed è dunque attivo, qualsiasi scelta compia. Non solo la passività non esiste, ma è inconcepibile. Lo stesso concetto di libertà, che andiamo sbandierando ormai da qualche secolo a questa parte, presuppone delle scelte, tanto che persino non scegliere è, a conti fatti, una scelta non priva di conseguenze. Sì, il lieve battito d’ali di una farfalla, per impercepibile che sia, causa un uragano a miglia di distanza. Noi viviamo nel tempo e nel divenire, siamo tutti attivi, e non c’è azione che non implichi reazioni e conseguenze. Non può esistere e non esisterà mai un’umanità passiva.
Gli uomini sono simili, non uguali. Mi pare scontato che uno uguale a me non lo troverò mai, per quanto vada in giro a cercarlo col lanternino: ci distinguono la genetica e le circostanze di spazio e di tempo nelle quali viviamo. Sono geneticamente unico e irripetibile, nessuno può aver fatto, in termini qualitativi e quantitativi, le mie stesse esperienze. A parità di stimoli, due individui rispondono in maniera diversa. Devo aggiungere altro per dimostrare che non c’è categoria o tassonomia che possa inquadrarci e classificarci? Noi non siamo neppure uguali a noi stessi perché il fattore tempo ci modifica nella forma e nella sostanza: cambiamo idea, ne maturiamo di nuove, modifichiamo il nostro umore in relazione a fattori endogeni ed esogeni, siamo sistemi grandemente instabili, mutiamo gusti e attese, desideri e speranze. Quale insana protervia può imprigionarci nelle categorie previste dai “caprari” di millenni orsono? Che ne sapeva il “capraro” di allora delle mia proteiforme identità?
“Diversi”, divertenti e divergenti siamo tutti e, se amicizia è possibile tra noi, essa dipende dal livello di empatia che ciascuno di noi nutre o matura verso gli altri, per non sentirci soli, per non essere costretti a elemosinare uno sguardo indulgente, un sorriso, una carezza.  Everybody needs somebody to love.
Mi dispiace per i tenaci assertori del coming out, i quali pretendono che ciascuno di noi denunci pubblicamente la propria identità (di genere, di comportamento, etnica, linguistica?) presumendoci non solo classificabili, ma anche identici a noi stessi per tutto l’arco della vita. A me questo “coming out” sembra ricondurmi alla medesima logica discriminatoria del ruolo sociale-sessuale al quale allude Artemidoro; tanto più che esso è insito nella pastorale cristiana che prevede la pubblica ammissione delle colpe. Quale colpa dovrei confessare, quella di esistere? E, se esistere è la colpa, non capisco perché solo alcuni dovrebbero dichiararlo. Sì, sono colpevole di esistere, con tutto il bene e tutto il male di cui sono capace. Sono inafferrabile e sfuggente come chiunque viva. Sono “diverso” per necessità, non per elezione.
Però suggerirei il coming out ai “normali”, cioè a tutti quelli che hanno un’identità fissa e immutabile, nello spazio e nel tempo. Propongo, solo a mo’ di trita esemplificazione, un modello di pubblica confessione:
Fin dalla nascita e per sempre, lungo tutto l’arco della mia vita…
1) ho avuto fede nell’unico vero Dio e la rappresentazione mentale che me ne sono fatta è sempre stata la stessa. Sempre!
2) non ho mai bestemmiato, non ho mai chiamato in terra tutti i santi e le madonne del cielo, imprecando contro di loro per le tante traversie alle quali la vita mi ha sottoposto, non sono mai stato incazzato nero e non me la sono presa con angeli e beati ai quali, presumibilmente, non importa un cazzo di me. Mai!
3) nel giorno prescritto (venerdì, sabato, domenica?) ho sacrificato un bel capro all’Altissimo e l’ho inondato di tutto il fumo della carne arrosto e della carbonella delle griglia perché pare che Lui abbia una predilezione per il negrofumo, come gli spazzacamini. Le costolette, ovviamente, me le sono pappate, a scottadito.
4) ho sempre reso onore ai miei genitori, anche se erano dei farabutti, degli assassini, dei delinquenti o dei politici corrotti perché è giocoforza che i genitori siano migliori dei figli. (A proposito, io sono orfano: chi devo onorare?);
5) non ho mai ucciso, neppure un animale (non sarà in contraddizione con la dichiarazione n. 3?). Sono vegano.
6) non mi sono mai masturbato/a; non mi sono mai scopato la moglie o la fidanzata del mio migliore amico, oppure il marito o il fidanzato della mia migliore amica; non l’ho mai messo in culo a nessuno, né a un uomo né a una donna, né a un transessuale né a un intersessuale; non me lo sono mai fatto mettere nel culo; non ho mai praticato il cunnilinctus, la fellatio o il rimming. E neppure l’innocente pratica intercrurale. Non mi sono mai fatto un adolescente. Mai!
7) non ho mai rubato, neppure i confettini alla frutta della mamma; pur essendo un alto funzionario pubblico, non ho mai derubato i miei concittadini privandoli dei servizi essenziali (scuola, sanità, assistenza, trasporti…); non ho mai ricevuto tangenti in cambio di favori, eccetera eccetera. Mai!
8) non ho mai mentito, né in pubblico né in privato, non ho mai diffamato nessuno, non ho mai testimoniato il falso neppure quando il boss mafioso incriminato ha minacciato di farmi fuori i bambini, la moglie e di tagliarmi i coglioni. Mai!
9) non ho mai desiderato (dico: solo desiderato!) la moglie o la fidanzata del mio vicino di casa, oppure il marito o il fidanzato della mia dirimpettaia. Neppure i congiunti del salumiere, del giornalaio, del meccanico, eccetera eccetera. Mai!
10)  non ho mai desiderato nulla che appartenesse agli altri. Come avrei potuto? Sono ricco sfondato, ho praticamente tutto quello che desidero: donne, ragazzi, macchine, ville, panfili, cocaina e così via. Mai!

Ovviamente chiunque può modificare a piacimento il decalogo a seconda delle proprie esigenze. Un sondaggio del genere andrebbe comunque fatto, non per discriminare, ma per sondare il terreno, alla stregua di un’innocua ricerca di mercato. Così, giusto per sapere il rapporto numerico tra maggioranza “normale” e minoranza “anormale”. Una curiosità, nulla di più.
A proposito! Posso fare una confidenza? Recentemente ho scritto un articolo in cui, proprio pensando alla classificazione di Artemidoro, ho usato un motto un tantino volgare. Questo: “cambiano i cazzi, ma i culi sono sempre gli stessi”. Estrapolato dal contesto può suonare offensivo (non so per chi, onestamente). Inserito nel contesto del discorso, era per me solo una metafora efficace a sostegno dei miei argomenti. Il fiorito wellerismo mi è stato censurato. Inconvenienti del mestiere!

Antonio Piscitelli