Il dignitoso «no!» di Giordano Bruno

 

Disambiguo subito il titolo orwelliano. Fabbrica dell’obbedienza è quel complesso e raffinato metodo di persuasione-sottomissione elaborato nel secolo XVI dal Sant’Uffizio ed eretto a efficace sistema di consenso più o meno generalizzato. Secondo Rea, questo sistema vige ancora nel nostro paese, anzi è così introiettato dalla coscienza collettiva da diventarne l’elemento caratterizzante. Menzogna, ipocrisia, servilismo, corruzione, raggiro, imbroglio sono gli inevitabili corollari di un plurisecolare esercizio di sottomissione a un “principio”, astratto quanto indimostrabile, secondo il quale l’ordine dell’Universo sarebbe stato stabilito ab origine, a prescindere da ogni successiva elaborazione umana, anzi, da questa prospettiva, sarebbe grave peccato-reato pretendere di sovvertire tale ordine nelle istituzioni che l’umanità si è data o intende darsi. Il loro assetto è piramidale e gerarchico. Al vertice c’è sempre e comunque un uomo che la “Provvidenza” ha preposto agli altri perché si faccia garante e tutore dell’indiscutibile “principio di autorità” sul quale ogni umano consesso deve fondarsi. La Storia non esiste, il divenire è mera illusione, il cambiamento è sovversione.
Sennonché, prima che questa concezione si attestasse, rinverdendosi e sclerotizzandosi nei paesi rimasti cattolici dopo lo scossone della Riforma, c’erano stati alcuni uomini di limpida e libera coscienza, italiani per lo più, che, anziché far derivare la conoscenza da un principio astratto, preferivano brancolare negli affascinanti meandri di una perenne ricerca che mai persegue verità assolute e trascendenti, ma le più “limitate” e transeunte che le circostanze di luogo e di tempo consentono. In altre parole, negli affari umani e occasionali, alla mistica si antepone la ricerca, alla teologia la scienza. Gli uomini che ebbero tale concezione sovversiva si dissero umanisti e, con i loro studi e le loro opere, contagiarono il resto d’Europa.
Da questa falla scaturisce la contestazione di Calvino Lutero e affini che spacca in due il mondo cristiano. La Chiesa di Roma corre ai ripari. Indice quel Concilio tridentino dal quale deriverà la dottrina ufficiale del Cattolicesimo, la più pesante delle ipoteche poste sull’impervio cammino della promozione umana. Cade su di essa, come un macigno, il Tribunale dell’Inquisizione, in tutta Europa ardono i suoi lugubri roghi. A bruciare è il più incredibile patrimonio di cultura che l’umanità abbia mai prodotto e con esso chiunque ne sia considerato il produttore. Emblematiche, in tal senso, le vicende di Giordano Bruno e di Michelangelo Merisi da Caravaggio, diverse certamente per interessi biografie e esiti, ma accomunate dall’orgogliosa contestazione di quel principio di autorità che ha ridotto alla completa soggezione il nostro paese, più che altri di pari credo religioso. Mirabili le pagine dedicate a queste due grandi figure, valgono da sole l’intero libro. Il quale non è soltanto questo, ma molto di più. È, per dirlo con le parole dell’autore, lo sfogo di un cittadino con i nervi a fior di pelle. Intanto mi permetterei di dire che, per essere uno sfogo, è tutt’altro che rabbioso. Appassionato certamente, discorsivo e coinvolgente come solo sa esserlo una delle penne più straordinarie delle nostre lettere, tale da apparentare il libro alla grande pubblicistica laica, l’unica che ha fatto crescere e maturare intere generazioni di giovani, dando all’Italia quel poco di pensiero critico che le rimane. La passione civile, l’amore e il rispetto per la comune umanità vanno ascritte a un vasto repertorio di opere che, benché bistrattate e studiate da pochissimi cultori, vanta nel nostro paese nomi illustrissimi, alcuni dei quali ricordati, in nota, dallo stesso Rea. Valga per tutti il libro di Bertrando Spaventa, Rinascimento Riforma Controriforma e altri saggi critici, qui proposto alla nostra attenzione nell’edizione de La Nuova Italia del 1928. La prospettiva di Rea è però duplice: da un lato si richiama ad alcuni nostri intellettuali di grande spessore, dall’altro a studi e riflessioni provenienti d’oltralpe. Ne scaturisce una visione dell’Italia a tutto tondo, tanto più meritevole d’attenzione quanto più prossima alla verità. Chiunque abbia girato un po’ l’Europa e abbia posto la necessaria attenzione all’immagine che gli altri hanno di noi, non può non sottoscrivere le perorazioni di questo libro, benché possa non condividerne la complessiva argomentazione. Rea non scrive né per persuaderci né per denigrarci. Il suo intento è quello di farci riflettere, tant’è che pare mettersi costantemente da parte per dare spazio alle possibili repliche dei lettori. È davvero difficile che uno scrittore sia capace di dare tanto spazio ai suoi interlocutori. Il libro è bello per questo, sembra invocare il nostro contributo alla chiarezza, pare sollecitarci alla contestazione, al dibattito, secondo quel raffinato metodo dialettico che egli stesso, l’autore, celebra quale patrimonio irrinunciabile della cultura laica. L’antitesi, negando la tesi, permette di giungere a una sintesi che è premessa per una più avanzata forma di conoscenza. In altri termini, la verità non è data una volta per tutte, ma va cercata, costantemente cercata. Noi viviamo dentro un processo del quale siamo attori, ciascuno con la sua fetta di responsabilità. La consapevolezza di essere dentro un divenire, se da un lato piega la nostra protervia, dall’altro ci spinge all’azione e al cambiamento. In termini politici la democrazia è nemica giurata di ogni governo esterno alla volontà e alla responsabilità del “cittadino”. È un regime instabile e provvisorio, destinato a essere, di volta in volta, empito dallo stesso divenire di cui è parte. Questa precarietà nega di necessità il principio di autorità su cui la Chiesa e le sue dirette emanazioni fondano la loro legittimità. L’ordine gerarchico di cui si avvale per governare e orientare le coscienze è visto come promanante dalla divinità, quindi immutabile nello spazio e nel tempo. Si tratta di un’istituzione che si pretende estranea alla Storia. Le si deve assoluta obbedienza perché essa si origina direttamente da Dio, dinanzi al quale non puoi che chinare con umiltà il capo. Questo “Dio” della Chiesa cattolica ha tutte le caratteristiche del sovrano orientale d’epoca ellenistica, dinanzi al quale ogni suddito si prosterna. La credenza e la connessa liturgia finiscono di pari passo nel cerimoniale della Roma imperiale, con la divinizzazione in vita dell’Imperatore. È in questo contesto e riferendosi a questo modello che nasce l’organizzazione della Chiesa. Al vescovo di Roma vengono attribuite, sia pure attraverso un acceso e talvolta cruento dibattito interno al cristianesimo dell’epoca, tutte le prerogative del sovrano orientale. Ne scaturisce un inevitabile conflitto con l’autorità politica alla quale la Chiesa delle origini usurpa sempre più le prerogative, anche per l’obiettiva latitanza del potere civile. Da Costantino a Teodosio è un lungo braccio di ferro tra Chiesa e Impero. La spunta la prima, come dimostrano gli editti teodosiani emanati col beneplacito, se non col ricatto, del vescovo di Milano di allora, quel tal Ambrogio oggi considerato il patrono della città. Storia! Il conflitto non termina qui. Esso si protrae per circa un millennio, benché l’autorità pubblica di riferimento cambi di volta in volta. Storia! La continuità istituzionale è garantita dalla granitica organizzazione della Chiesa più che dall’ondivago alternarsi delle dinastie imperiali. In questo marasma, mi si perdoni la sintesi eccessiva, ha modo di affacciarsi alla storia quel barlume di modernità che va sotto il nome di Umanesimo prima e Rinascimento poi. Si riscopre Atene e la Roma repubblicana, se ne rivangano i pensatori più illustri, si riconosce la centralità dell’uomo quale motore della Storia e artefice del proprio destino. L’individualità e la responsabilità diventano i cardini di una concezione fortemente eversiva dell’ordine costituito. Ne deriva quel movimento riformatore all’interno del Cristianesimo che approderà al Protestantesimo nelle sue varie formulazioni. Si tratta, in effetti, del rifiuto del principio di autorità. È come se i protestanti rinfacciassero alla Chiesa di Roma il suo carattere mondano e storico e ne denunciassero apertamente i limiti e la transitorietà. Lutero non contesta Dio, ma i suoi pretesi portavoce e interpreti, cioè la superbia umana fatta istituzione. Apriti cielo! La reazione è immediata e spietata. Si rimarca, rincarando la dose, il principio di autorità attraverso una dottrina che nega ogni autonomia al libero pensiero, alla libera ricerca. La Controriforma è regime di terrore come dimostrano l’Inquisizione e l’Indice. Mai, nella storia dell’umanità, è esistita tanta accanita e cruenta persecuzione della cultura e del dissenso. I regimi totalitari del XX secolo, afferma Rea, traggono gli auspici proprio dai metodi polizieschi generati dal Concilio di Trento. La milizia fascista e la Gestapo hanno un illustre precursore e un’autorevole legittimazione. Nel nostro paese la similarità di Fascismo e Controriforma è sancita da quei Patti Lateranensi che ancora oggi sono il più pesante vincolo posto alla democrazia. Mentre nelle altre nazioni europee, quelle protestanti in testa, l’autonomia dello Stato dal potere religioso è garantita, da noi non si muove foglia che non abbia l’avallo delle gerarchie ecclesiastiche. Il diritto di sovranità va a farsi friggere, con la consenziente complicità dei suoi stessi titolari. I quali non sono cittadini. La cittadinanza è assunzione di responsabilità; la sudditanza è passiva obbedienza all’ordine costituito. Gli italiani non hanno il senso della cosa pubblica, non chiedono diritti ma prebende, elargizioni, protezione. Storia!
La Controriforma non fu solo repressione e terrore, fu anche blandizie. La sua espressione artistica è e resta il barocco, la lussuria architettonica che lusinga gli occhi e desta la stessa meraviglia del portento, del miracolo. Storia! Gli eventi miracolosi e strabilianti esistono solo nel mondo cattolico. Ve ne spiegate il motivo? Nessun altro che la radicata paganità di popoli che s’ostinano a rimanere plebe. La Chiesa non ha avuto difficoltà ad avallare il politeismo e il paganesimo delle plebi, pur di governarne le coscienze. Lo dimostrano le ritualità più frequentate della religiosità popolare, nella quale romerie, pellegrinaggi e pubbliche flagellazioni adombrano e preservano antichi riti pagani. La superstizione alimenta la rappresentazione animistica e prescientifica del mondo fenomenico, la cultura è guardata con sospetto e demonizzata ovunque. Qui dove io vivo i chiassosi eserciti sanfedisti ancora s’aggirano minacciosi per le strade, a dispetto della luce promanante dal poco dibattito che qualche spirito generoso, al pari di Rea, prova ad alimentare. Non si respira, non c’è aria, si soffoca. Il potere è solo spettacolo e forma, è autoreferenziale, alimenta l’immaginario collettivo con la volgarità e l’oscenità di una liturgia che accarezza i più bassi istinti del branco.
Vuole, il lettore di queste povere note, un’immagine precisa della Controriforma e dei modelli politici che vi si ispirano, in testa ai quali è senz’altro l’Italia oclocratica odierna? Bene, legga o rilegga con estrema attenzione, come suggerisce lo stesso Rea, il capitolo del dostoevskiano “I fratelli Karamazov” dedicato alla leggenda del Grande Inquisitore. È illuminante, oltre ad essere una delle pagine più alte della letteratura mondiale. Il Grande Inquisitore di Dostoevskij dimostra a Cristo il modo “diabolico” in cui ottiene il consenso del popolo. Lo stesso dei nostri governanti. Basta soddisfare i bisogni ferini di crapula e copula e il gioco è fatto. «Il Grande Imbonitore – cito dal libro di Rea – trova il modo di narcotizzare gli italiani (più esattamente, una considerevole parte degli italiani) mettendo in piedi una complessa macchina del consenso di massa, fondata sulla legittimazione – sullo sdoganamento, come con parola sgraziata si usa dire oggi – di tutto ciò che di sporco esiste nella nostra società e dentro molti di noi: individualismo, invidia, edonismo. Una macchina della persuasione fondata sulla “tecnica dello specchio”, capace di riflettere, drammatizzandoli al massimo, i peggiori difetti nazionali trasformati in spettacolo».
Ho un’esperienza personale che mi fa propendere per gli argomenti con cui Rea sostiene le sue tesi. C’è stato un tempo in cui sono stato insegnante e lo sono stato con lo spirito con cui alcuni nobiluomini e nobildonne (beninteso, solo alcuni) furono miei professori. Appresi da loro la dignità e l’impareggiabile abitudine a pensare con la mia testa. Testa non eccelsa, per carità, ma indubitabilmente mia. A me pareva, nel corso della mia attività, che molti dei giovani di cui mi occupavo stessero bene in mia compagnia. Ero felice di vederli crescere con la carezza di una cultura che era mia, benché costruita in anni di intense letture e riflessioni. Anche ai miei ragazzi volevo dare la dignità e la libertà di cui avevo l’illusione di godere. Spesso, quando lasciavano la scuola, mi dicevo che il paese avrebbe beneficiato di loro, del loro entusiasmo, dei loro ideali. Ci credevo. Non ho mai perso di vista alcuni di loro, altri li ho ritrovati dopo lungo tempo. Uomini, ammogliati, con figli. Fatte salve le promesse che molti hanno mantenuto, in altrettanti casi oggi mi trovo davanti a degli autentici imbecilli. Perfettamente omologati al sistema dominante, corrotti fin nel midollo, senza avere la consapevolezza di esserlo. Mai smacco è stato per me più cocente. Io ho prodotto un simile disastro. Chissà quanti padri diranno dei figli la medesima cosa. No, cari papà di un tempo, se questo può esservi di conforto, sappiate che a deformare le nostre giovani promettenti piante non siamo stati noi, ma il sistema dal quale sono state inevitabilmente fagocitate e piegate. È già successo, accadrà ancora. Cosa insegneranno questi giovani genitori ai loro figli? «...l’antico, vergognoso segreto/ d’accontentarsi dei resti della festa. … come il servo può essere felice/odiando chi è, come lui, legato,/come può essere, tradendo, beato,/e sicuro, facendo ciò che non dice». [Pasolini]. Mi fermo qui, ma potrei raccontarvi di altre e ben più amare esperienze, tutte suffraganti il pregnante ragionamento di Rea. La demenza precoce e l’incoscienza sono assai più diffuse di quanto si creda.
Su un argomento del libro ho qualche perplessità, anche se, a onor del vero, l’autore fa la sua proposta-provocazione col garbo che gli è congeniale. Nel capitolo dodicesimo Rea invita a prendere in considerazione la prospettiva politica contenuta nel saggio di Giorgio Ruffolo, Un paese troppo lungo, Einaudi, 2009: la costituzione di due ampie autonomie nell’ambito dello stato unitario. Intanto mi chiedo quali sarebbero i confini geografici di queste autonomie? Dove finisce il Sud e dove comincia il Nord? Le grandi isole, poi, con chi andrebbero? Da quel che ne so, tra la Sicilia e il resto del Meridione non sempre è corso buon sangue. Per altro verso, a giudicare da quello che leggo nella cronaca dei giornali e nei testi di molti autorevoli analisti settentrionali, pare che l’intero paese sia ormai preda della piovra meridionale, il braccio secolare di una Controriforma culturale riveduta e corretta. La totale omologazione cancellerebbe in tal senso la frattura storica tra Nord industriale ricco e opulento e Sud feudale e depresso. Siamo tutti figli dello stesso padre!
L’autonomia del Mezzogiorno mi fa paura. Attualmente è ben difficile trovare un’amministrazione locale che non sia controllata dall’unanime cricca neo-sanfedista. Che accadrà a me e ai pochi miei sodali, tra i quali annovero alcuni nomi illustri ricordati da Rea, avvocato Marotta in testa, quando l’area del paese in cui vivo sarà definitivamente nelle mani dei Gattopardi? Oggi l’Italia e l’Europa mi danno qualche garanzia, mi fanno intravedere contrade in cui possa recarmi in volontario esilio, magari chiedendo l’elemosina e vivendo sotto i ponti, ma mantenendo integra la mia dignità. In futuro, quando la cosa pubblica sarà irrimediabilmente perduta, che ne sarà di me, ammesso che io sopravviva allo scempio?  Per quanti secoli ancora il portone di palazzo Serra di Cassano dovrà restare chiuso? Quanti altri Gennaro Serra, Eleonora Pimentel, Carlo Pisacane, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, fratelli Rosselli e Antonio Gramsci dovremo piangere? Quanti altri Ebrei dovremo inviare ai campi di sterminio? Quanti zingari, omosessuali e disabili? Ripeto, il braccio secolare dell’attuale Sant’Uffizio non è lo Stato, ma la belva mafiosa, che non conosce legge, non sa di pietà, uccide e basta. Sono nazisti di fatto. L’Umanesimo, per questa gente, è una parolaccia.
Caro Rea, abbia pietà di me! Lei ha spesso denunciato il culto della personalità, a partire da quello tributato a Stalin. Ebbene, tale culto è endemico nel nostro paese. Il popolo italiano da sempre invoca l’uomo inviato da “Dio”. ‘O Re! Chi sarà quello futuro? Ce lo risparmi, la prego, se ciò è possibile, se i miei concittadini hanno ancora un minimo di discernimento. Ha visto in che cosa si è trasformato il famigerato KGB? Era nei suoi metodi, nelle sue premesse che diventasse mafia, la terribile mafia russa. Non ci consegni all’Inquisizione!   
Quanto a me, non so se son capace del grandioso, dignitoso, coraggioso “no!” di Giordano Bruno. Morire con dignità mentre le tue carni bruciano tra atroci sofferenze non è cosa da tutti.

Antonio Piscitelli