Homo homini lupus
 


«In ognuno di noi vive una bestia
frenata solo da ciò in cui ci hanno insegnato a credere,
il bene e il male.
Quando dimentichiamo quegli insegnamenti,
la bestia che è in noi
si scatena in tutta la sua furia»
[Émile Zola]


 
La fondazione Valentino Achak Deng (http://www.valentinoachakdeng.com) è un’associazione no-profit fondata dal protagonista-narratore del libro e dal suo autore. Essa è nata dopo la pubblicazione del romanzo di Dave Eggers, What is the What, 2006 (nel nostro paese: Erano solo ragazzi in cammino – Autobiografia di Valentino Achak Deng, Mondadori 2007, traduzione di Giuseppe Strazzeri).
È una storia romanzata, ma la vicenda alla quale fa riferimento è tristemente vera e nota: la seconda guerra civile sudanese, dalle sue premesse fino al ricollocamento dei Ragazzi Perduti negli Stati Uniti. Oltre alla cronologia del libro, sono da ricordare l’accordo di Naivasha del 2005 e il referendum separatista del 2011 che dovrebbero garantire un minimo di serenità ai giovani sudanesi che oggi vivono a Marial Bai, il luogo natale di Achak. I ragazzi di questo villaggio, sopravvissuti alle razzie dei Baggara, grazie alla fondazione, hanno finalmente una scuola vera, con dei veri  insegnanti e materiale didattico degno di tal nome. L’istruzione è uno dei progetti dell’associazione umanitaria, il cui scopo è dare dignità a una popolazione decimata dal più atroce conflitto del secondo dopoguerra, con ben due milioni di morti e quattro milioni di profughi. Il protagonista del romanzo non solo rievoca la sua personale odissea, ma testimonia il martirio di una terra e di un popolo le cui sole colpe sono quelle di vivere lontani dal mondo dello sviluppo e di essere ignari delle sue perfidie, tanto più che le vittime della maratona di sangue del racconto sono bambini, orfani o crudelmente strappati ai  genitori naturali.
Il pretesto del conflitto è il tentativo del governo di Khartoum, nel 1983 guidato da Jaafar Nimeiry, di imporre la Shari’ah su tutto il territorio nazionale, a dispetto degli accordi di Addis Abeba del 1972 per i quali il Sudan meridionale, a maggioranza cristiana e animista, non vi era vincolato. Dietro la svolta fondamentalista, però, si nasconde una differente realtà di natura economica: i pozzi petroliferi per lo più situati nel Sud del paese. Sono una risorsa della quale il Nord non intende perdere il controllo. Nel romanzo la vera causa del conflitto è ricordata nella breve e intensa storia di Lino (pp. 239 e sgg): nel 1974, due anni dopo gli accordi di pace per i quali le risorse tra Nord e Sud andavano equamente divise, Gerge Bush padre, all’epoca ambasciatore presso le Nazioni Unite, trova il più grosso giacimento di petrolio sudanese, puta caso nei territori del Sud. Sono interessati al business i petrolieri americani legati al futuro presidente, la potente Chevron in testa. Il petrolio fa gola a parecchi, tanto più se capita a ridosso della crisi che ha messo in ginocchio i paesi industrializzati. Il governo centrale sudanese, a maggioranza islamica, è foraggiato dagli stessi americani i quali, poveretti, finiranno col darsi la zappa sui piedi. Khartoum, negli anni cruciali della guerra civile, darà ospitalità nientemeno che a Osama bin Laden e al gruppo di Al Qaida, vale a dire all’ideatore e agli esecutori dell’attentato terroristico al World Trade Center (11 settembe 2001). Al medesimo petrolio sono interessate Cina e Malesia, la prima tra le maggiori fornitrici di armi all’aggressore. Viene da chiedersi, a questo punto, se la seconda guerra civile sudanese sia un conflitto locale o una guerra di rapina voluta da alcune grandi potenze. Lo scenario è tale per cui la risposta non può essere che scontata. La seconda guerra mondiale non è mai finita, è solo diventata più subdola. Ha cambiato regia e teatro: la nuova direzione è fondata, in linea generale, sul consenso popolare, benché il popolo, nel caso presente, sia ridotto a una massa di imbecilli drogati dal benessere economico; il teatro sono gli angoli appartati di mondo dei quali si ignora per lo più l’esistenza, noti solo ai predatori che ne sanno individuare le risorse. Il Sudan è uno di questi numerosi casi. La storia recente ce lo insegna. Sparito il vecchio colonialismo, se ne presenta un altro rinnovato nei metodi e nelle vesti. Basta soffiare sul fuoco di conflitti politici, culturali, religiosi, è sufficiente armare la parte che si ritiene possa fare i nostri interessi e il gioco è fatto. Qualche milione di morti da una parte, un genocidio dall’altra, una strage di immane dimensione altrove ben valgono il buon affare. Infine arrivano i buoni, mediano tra le parti in lotta, s’impossessano d’una fetta consistente dell’ambito trofeo di guerra e tutto finisce. È incredibile come a vincere siano sempre gli stessi: i soliti ignoti. Sì, non sappiamo chi siano. Sapreste voi identificare il leone che azzanna un bimbetto di pochi anni, ne maciulla le carni e sparisce nel nulla? Potreste voi accusarlo di infanticidio? È un predatore, fa il suo mestiere. Individua nel branco l’esemplare meno protetto, il più debole di tutti, e questo diventa la preda. Vigliacco il leone, come tutti i predatori! Non si confronta mica con una bestia di pari forza. No! Azzanna i deboli e di quelli di pasce, più o meno come la bestia umana, predatrice per natura, a dispetto del millantato blasone che si è data. Osservate attentamente le dinamiche di una rapina. Il rapinatore, benché possa andare incontro a qualche imprevisto, individua il soggetto da rapinare tra chi percepisce più debole di lui, se non altro per essere la vittima disarmata. Vigliacco il rapinatore! Non si confronta mai con chi potrebbe fronteggiarlo e difendersene. La vittima non deve avere opportunità. È vittima, per legge convenuta.
Così nella recente carneficina del Sudan, le prime vittime sono i bambini. Fuggono dai loro villaggi in fiamme, vedono trucidati genitori e conoscenti, scampano per un pelo alla stessa drammatica fine. Soli, spauriti, affamati, vagano per la campagna desolata fino a quando si imbattono in qualcuno che promette di metterli in salvo, in un luogo lontano dal conflitto, in una Etiopia, terra mitica nell’immaginazione dei piccoli profughi. I Ragazzi Perduti percorrono a piedi centinaia di chilometri, attraversano deserti e foreste, guadano a nuoto fiumi insidiosi, abbandonano lungo il percorso decine di compagni, morti, tutti morti, chi per essere preda di fiere, chi per annegamento, chi per inedia, chi per dissenteria o febbri malariche. È una strage di innocenti ancor prima che la meta sia raggiunta. Questa è Pinyudo, un campo profughi in territorio etiopico, un luogo desolato dove acqua e cibo scarseggiano e dove la sicurezza è tutt’atro che garantita. Gli Etiopi vedono questa massa di straccioni come intrusi, non mancano di fargli sentire la loro ostilità, non esitano a spargere sangue. Pinyudo è una trappola per i piccoli profughi, le cui fila s’ingrossano ogni giorno di più. Sono considerati i semi della guerra partigiana: è tra loro che l’Esercito di Liberazione recluta le nuove leve. Malamente addestrati, vengono rispediti in Sudan a combattere l’esercito governativo. Molti vi lasceranno le vita o qualche arto.
Quando nel 1991 il regime di Mènghistu viene rovesciato, anche la vita dei piccoli profughi sudanesi diventa un inferno. I soldati del Fronte Rivoluzionario Democratico del Popolo Etiopico attaccano Pinyudo, costringendone i rifugiati alla fuga. L’eccidio che ne deriva sembra una battuta di caccia. I cecchini etiopi tendono ogni sorta di insidie ai fuggitivi. I superstiti sono di nuovo in marcia; tra loro c’è Achak Deng, ma è stremato e vinto dall’orrore del sangue e dei cadaveri che lo circondano. Si lascia andare lungo il ciglio di una strada polverosa, vuole abbandonarsi alla morte come ha fatto il suo amico d’infanzia William K. «Allora… camminavo domandandomi a ogni passo se volessi davvero continuare a vivere». Un bambina più piccola di lui, Maria, lo incita a muoversi, a sperare. Un neonato piange e cerca il seno della madre morta. Valentino lo raccoglie e lo mette in salvo. Negli anni avvenire si chiederà sempre quale sorte sia toccata a quel bimbo.
La marcia forzata verso la salvezza approda finalmente a Kakuma, in Kenya. Ancora un campo profughi, ma questa volta supervisionato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e da una pletora di associazioni di volontariato. È una landa desolata che le associazioni umanitarie e gli stessi profughi renderanno vivibile. Diventa la città dei rifugiati per eccellenza: sudanesi a parte, ospita eritrei, etiopi, somali, bantu, ugandesi, congolesi, burundesi, ruandesi. Non vi mancano i dissidi, non mancano episodi di microcriminalità, ma il tempo rende soddisfacenti la vita e le relazioni del campo. Le abitazioni cominciano a diventare in muratura, i giovani hanno la possibilità di ricevere un’istruzione e di praticare qualche sport, qualcuno trova addirittura lavoro e guadagna in proprio. Achak collabora a un progetto umanitario finanziato dal Giappone. Diventa stretto collaboratore e amico di Norigaki, il ventisettenne che lo gestisce al campo. Se lo vedrà morire davanti agli occhi in seguito a un incidente stradale. L’ennesima prova alla quale è sottoposto poco prima di essere ammesso al ricollocamento negli Stati Uniti. Impatta sull’universo luccicante dello sviluppo e lo scopre non meno insidioso delle foreste e dei deserti percorsi da bambino. Anche il nostro mondo è sede di predatori e prede. Ovviamente le prede sono i più deboli. Tra questi i rifugiati, ingenui, inesperti, incapaci di manovrare i complessi congegni delle nostre tecnologie. Alcuni di loro pagheranno con l’alienazione, qualcuno col suicidio, qualche altro finirà irretito dal vizio e dal piccolo crimine. Come da copione. Achak ce la fa. È tenace, pacificamente combattivo. Aspira alla laurea, incontra mille difficoltà. Sogna di ricostruire il proprio paese. Opera concretamente per realizzare questo sogno.
Questa, per sommi capi, la vicenda di un libro che non fa sconti a nessuno. Se i murahaleen sono animali rapaci assetati di sangue, non meno bestiali sono gli afroamericani che rapinano Achak nella sua casa di Atlanta, lo massacrano di botte e lo tramortiscono. In mezzo si trova l’indifferenza o la diffidenza dei più. C’e da riflettere e da riflettere anche parecchio su questo bel romanzo di Dave Eggers. Drammatico, tenero, poetico, avvince il lettore e lo lega ai suoi personaggi col sentimento della sofferta solidarietà.
La prosa scorrevole, il tono colloquiale, la scarna essenzialità della cronaca drammatica fanno perdonare qualche accorgimento retorico di troppo finalizzato a strapparci la lacrimuccia. La retorica è uno dei ferri del mestiere della letteratura. Ben venga se spesa per una giusta causa!

Antonio Piscitelli