Ermanno Rea, Il caso Piegari
Attualità di una vecchia sconfitta

È il capitolo mancante di “Mistero napoletano” (Einaudi 1995, Feltrinelli 2014). Una vicenda alla quale lì si faceva cenno è ora ripresa e approfondita. Rea dichiara di averla rimossa, quasi dimenticata. Oggi vi ritorna per colmare un vuoto, forse per rendere l’estremo omaggio all’amico di un tempo, al leader riconosciuto di un gruppo di giovani intellettuali che nel secondo dopoguerra animò il dibattito politico e culturale a Napoli.
Il sottotitolo recita “Attualità di una vecchia sconfitta”. Vecchia, ma anche nuova, anzi nuovissima, quella del pensiero laico, battuto e scornato ovunque nel mondo a vantaggio di ideologie conservative che, volendo esorcizzare la morte, la procurano e se la procurano.
In tal senso la vicenda di Guido Piegari è emblema di una più generale sconfitta, non solo del “Gruppo Gramsci”, ma di tutti coloro (ahimè sempre meno), pensatori di professione o propalatori di saperi, che hanno fatto e fanno dell’autonomia di giudizio la loro professione di fede e che non temono confronti, né paventano la morte, consapevoli di essere dentro un processo, dentro un divenire che la morte giustifica quale evento necessario alla vita. Ciò che prima non esisteva oggi c’è e ciò che oggi appare evolverà in forme che possiamo concederci il lusso di immaginare, non possiamo concepire perché non si può comprendere ciò che non si è manifestato alla coscienza. Noi uomini, atomi del processo, divenire noi stessi, siamo finora la parte più elevata e nobile di questo percorso, ma non è detto che ne siamo il fine né abbiamo alcuna possibilità di conoscerlo, il fine, a meno che non ci fingiamo di essere fuori dal processo, il che appunto è mera finzione, cioè menzogna, arroganza allo stato puro.
Atteniamoci ai fatti, sembra suggerire lo stesso Piegari nel primo dei due brevi saggi che Rea pone in appendice al suo libro: «La razionalità del reale è il modo come è fatto il reale; significa che il reale è fatto così. E la razionalità dell’uomo è la coscienza del modo in cui è fatto il reale». Vuol dire che noi siamo parte di un tutto, siamo dentro e non fuori la totalità. Ne siamo il prodotto, non i produttori. La conoscenza, la coscienza, l’autocoscienza, l’arbitrio sono razionali perché è del processo la razionalità, che ci appartiene giacché consustanziale alla dinamica della quale siamo parte.
C’è tutto il romanticismo, o almeno una buona rilettura di esso, in questa sintesi che intende riflettere su Kant e Hegel, ma che li supera entrambi nell’argomentazione niente affatto accomodante. Così poco compromissoria che le è stato decretato l’ostracismo, dal Partito Comunista di allora, certo, ma anche dal suo paese che non ha saputo intenderne le ragioni, le pratiche ragioni politiche. Lungimiranti, sembra voler dire Rea, a giudicare dallo scenario presente del quale siamo testimoni attoniti, quasi increduli. 
La biografia di Guido Piegari è quella di un eroe romantico. Politicamente sconfitto, è costretto ad andare ramingo per l’Europa, si direbbe in volontario esilio, ma è assai più credibile che cercasse un posto in cui sentirsi cittadino, un luogo, oggi lo sappiamo bene, utopico, salvo che non siamo dotati di un cospicuo conto in banca. Il diritto di cittadinanza costa caro ed è privilegio dei pochi miliardari del pianeta. Gli altri vanno tutti raminghi, migranti per necessità. Gli uomini d’ingegno trovano una patria dentro se stessi e lì si rifugiano come in uno spazio aprico, salvo poi uscire di senno perché gli spazi dell’anima sanno di sterile narcisismo.
Apprezzato oncologo, spese le sue competenze in vari istituti di ricerca, sostenuto per lunghi anni dal fedele amico Enzo Oliveri. Dalla metà degli anni Sessanta anche Oliveri si allontanò da lui, forse stanco di una pena che non aveva più il cuore di reggere. Ciò che sappiamo è che morì a Napoli nel 2007, in assoluta solitudine. Aveva ottant’anni. Da allora alcuni sodali di un tempo gli hanno reso omaggio dando alle stampe memorie e documenti inediti della lontana gioventù. Vi emerge tutto il fervido ingegno di un giovane di grandi promesse e di finissima cultura. Attorno al “Gruppo Gramsci”, da lui voluto e animato, gravitavano le menti più fervide della Napoli del dopoguerra. Tra loro, quel Gerardo Marotta che ha fondato in città uno degli Istituti filosofici più prestigiosi d’Europa, forse del mondo, la cui immensa biblioteca, pazientemente collezionata in anni di lavoro e sacrifici, è oggi in balia di psocotteri voraci. Sembra la sorte di ogni seria cultura, in una città che ancora fa gli scongiuri quando le arriva, per caso, il gemito straziante di un filosofo. Del quale deride l’ansito morale col lazzo scurrile della maramaglia sanfedista mai scomparsa, anzi oggi più viva e proterva che mai.
È al destino di questa plebe, alla sua emancipazione politica e culturale che Piegari pensava quando generosamente polemizzava con Giorgio Amendola circa i temi del meridionalismo. Secondo lui, il disegno salveminiano di un’Italia federalista significava affidare le sorti del paese alle cricche conservatrici locali, miopi, avide, assetate di un potere autoreferenziale. Ne sarebbero derivate logiche spartitorie, clientelismi, corruzione e sperpero di pubblico denaro. Ciò che di fatto è avvenuto col federalismo larvato che le regioni di oggi realizzano nelle politiche territoriali, tanto da chiamare impropriamente governatori i loro presidenti, quasi non di enti autonomi si tratti, ma di veri e propri stati di una federazione. È altresì vero che questi enti non godono di autonomia finanziaria, tuttavia hanno assorbito non poco dalle casse comuni, poco restituendo ai cittadini, molto elargendo a funzionari inetti e appaltatori senza scrupoli, clienti o elettori delle cricche al potere, che a tutto hanno pensato tranne che a dare dignità alla nazione. Rea dà per scontato la sparizione dell’Italia quale stato sovrano. Non ci sono i presupposti, sembra dire, non ci sono gli italiani, mentre è alla loro formazione che bisognava puntare, ripartendo dalla lezione dei grandi uomini del Risorgimento. Questi realizzarono, per quante pecche si possano loro imputare, quell’idea di stato sovrano, laico e aconfessionale che, unico, avrebbe garantito non solo sviluppo ma progresso civile e morale. Strumenti principi di questo progetto erano l’istruzione e la cultura, i due cardini su cui ruota la dignità di un popolo, entrambi ridotti a un dozzinale e vuoto baraccone di burocrati imbelli, oltre che incapaci.
Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
Siamo ammalati di localismi concentrazionari ancora all’ombra dei campanili, di folclore carnevalesco, incapaci di dialogo fertile con altre culture, con altre civiltà. Abbiamo paura del contagio, del movimento, della Storia. Pratichiamo l’endogamia culturale, coltiviamo il medesimo orto da millenni, un praticello pensato da gente che nulla poteva sapere della posterità. Quest’orto s’inaridirà inesorabilmente per mancanza di nutrimento e di nuova semenza. Moriremo schiavi, posti sotto il giogo della nostra stessa ignoranza. Se gli splendidi panfili chiamati Italia e Europa affondano, è da credere che andranno a picco anche i naviganti. Tra cento anni non ci saranno più grazie all’ingordigia degli odierni Montecchi e Cappelletti,  Monaldi e Filippeschi, i grotteschi epigoni d’un guelfismo mai estinto.   
Saremo anche bravi a fare la pizza e le tagliatelle, ma queste non sono sufficienti a fondare una civiltà. Ermanno Rea riferisce di una serata passata con Gerardo Marotta. Ecco cosa gli legge l’avvocato, un passo tratto da Filosofia e storiografia di Benedetto Croce. Trascriviamo l’incipit della citazione.
«La fine della civiltà, di cui si discorre, della civiltà in universale, è non l’elevamento ma la rottura della tradizione, l’instaurazione della barbarie, ed ha luogo quando gli spiriti inferiori e barbarici, che, pur tenuti a freno, sono in ogni società civile, riprendono vigore e, in ultimo, preponderanza e signoria».
Siamo tutti ostaggi di questi spiriti mediocri, prigionieri essi stessi d’una piatta identità, incapaci d’un serio confronto con l’altro da loro. L’alterità è peccato, è dannazione: va posta alla gogna, se non al rogo.

Antonio Piscitelli