Enzo Stimolo, il ragazzo che non amava le regole


“Fin qui tutto era parso come un fatto comunale,
uno stuolo di ragazzi di una data città
aveva fatto il diavolo a quattro
unicamente per rimediare
ad una porcheria consumata in detta città,
ma oltre metà della strada alle carceri
intonarono con prodigiosa spontaneità e sincronia
l’Inno di Mameli…”
[Beppe Fenoglio, Il Partigiano Johnny]

 

Il «Capitano». Chi era costui? È così che lo chiamano o si fa chiamare dai rivoltosi de Le Quattro Giornate di Napoli (28 settembre - 1° ottobre 1943), almeno secondo la rappresentazione filmica che ce ne dà Nanni Loy nell’omonimo lungometraggio del 1962(1).  A interpretare il personaggio fu l’attore Gian Maria Volonté. Lo vediamo guidare i partigiani che attaccano lo stadio “Littorio” del Vomero, dove 47 ostaggi civili sono custoditi dai tedeschi ivi asserragliati. Fu lui, il Capitano, a trattare la resa dei tedeschi prima col maggiore Hugo Saggau, dopo direttamente col colonnello Walter Scholl. In altri termini fu uno dei protagonisti della liberazione della città occupata dalla Wehrmacht dopo l’Armistizio di Cassibile del 3 settembre 1943, reso noto il successivo 8 settembre. Quando gli Alleati giunsero in città provenienti da Salerno, i partigiani napoletani vi avevano già cacciato le truppe tedesche, non senza lasciare sul campo vittime di ogni età e condizione sociale.
La drammaturgia filmica vuole rendere omaggio ai tanti soldati allo sbando che, dopo l’8 settembre, scelsero liberamente di schierarsi con la Corona e il Governo Badoglio e di combattere contro l’occupante. In altri termini, a fianco e spesso a sostegno della lotta partigiana condotta dai partiti antifascisti, troviamo non pochi militari i cui nomi sono spesso ignoti ai più. Così il «Capitano» di Loy restò e resta senza nome per quanti videro e ancora vedono il film. Tuttavia le sue imprese furono reali e non opera di un ufficiale del disciolto esercito, ma di un napoletano che di mestiere faceva l’assicuratore e che con l’artiglieria regia c’entrava ben poco, almeno in quella circostanza. Il suo nome è Vincenzo (Enzo - Vecienze) Stimolo, nato a Napoli il 22 novembre 1911 da Vito e Leontina De Lucia.
Ora, se non proprio tutto, si sa molto su di lui, grazie alla puntigliosa investigazione di Gaetano Barbarulo(2) che, con certosina pazienza, ha messo insieme una nutrita documentazione, bibliografica quanto d’archivio, non senza il supporto di memorie raccolte dal vivo, a sostegno degli argomenti di un libro davvero singolare per essere un saggio. Lo si legge come un romanzo e del genere ha il climax, se non altro per l’avventurosa vicenda umana e “militare” del protagonista.
La tripartizione della materia (giovinezza, Quattro Giornate, attività di intelligence) dà conto di una biografia davvero al cardiopalma, così come recita il titolo del libro. Tanto che, con una buona sceneggiatura, se ne potrebbe trarre un action movie di qualità, per la spericolata e avventurosa esistenza di Enzo Stimolo, nel quale puoi intravedere le caratteristiche dell’eroe romantico oscillante tra passione, coraggio, generosità, intraprendenza e sventura. Dalle vicende che riferisce Barbarulo pare materializzarsi lo spirito libero della nazione che si schiera e combatte per la giusta causa, la libertà del paese, ma anche il prototipo “italico” della ribellione a ogni sorta di oppressione, l’esemplare dell’insubordinazione che fa di un oscuro martire dell’antifascismo una figura per lo più snobbata da cinema e letteratura, ma che tuttavia, a parere di chi scrive, ha una sua verità storica, a dispetto di quanti rappresentano l’italiano medio come persona gretta e mediocre(3), del genere spesso delineato dai personaggi interpretati dal compianto Alberto Sordi, con buona pace dell’ottimo Nanni Moretti che, coi caratteri, disprezza l’attore.
Se il buon giorno si vede dal mattino, è nell’adolescenza di Enzo Stimolo che possiamo intravederne il destino. «La storia di uno dei tanti ragazzi - scrive Barbarulo - nati in seno a una famiglia sana che, per qualche motivo, per qualche particolare fragilità, all’inizio dell’adolescenza si ritrova risucchiato in un meccanismo di inquietudine, ribellione e insofferenza verso le regole».
C’è da meravigliarsi? Certamente no. Dovunque è possibile imbattersi in un adolescente fuori dal comune che, per insondabili motivi, reca nell’animo il fuoco della rivolta morale alle ingiustizie e alle sopraffazioni, dentro una fragilità di fondo che gli impedisce di incanalare l’innato anticonformismo in una direttrice utile a sé e agli altri. Per operare scelte responsabili occorrono esperienza e cultura, due coordinate assenti o scarsamente possedute da un ragazzino che si affaccia alla vita e che della vita sa per sentito dire e per quanto altri prima di lui hanno deliberato. Cosa significa, per un adolescente del genere, vivere negli anni bui del fascismo, il cui unico intento educativo è quello di formare a credere, obbedire, combattere? Credere in cosa? Obbedire a chi o a che cosa? “Giovinezza, giovinezza, / primavera di bellezza: / nel Fascismo è la salvezza /della nostra libertà / per Benito Mussolini / eja eja alalà” suona il canto di sottomissione della gioventù italiana del ventennio. L’ossimoro che la libertà sia obbedienza dovette suonare osceno a chi sentiva dentro la foga libertaria di un anarchismo spontaneo privo di storia e teorizzazioni. La rivolta si fa caotica e irrazionale, ma mai ingenerosa, mai meschina. E, se oggi tanti giovani islamici si rifiutano di gridare Allah Akbar degli scalcagnati Shahīd che massacrano qualche ignaro passante in un’affollata via di Londra o di Parigi, chissà quanti ragazzi italiani rigettavano l’analogo grido per Benito Mussolini eja eja alalà al cui ritmo i neri coreuti picchiavano selvaggiamente i loro avversari politici, quando non li mandavano direttamente al creatore.  
È così che interpreto la turbolenta adolescenza di Enzo Stimolo, i suoi furtarelli pagati col carcere, le sue fughe rocambolesche, le sue beffe identitarie alla Arsenio Lupin.
La coscienza di quanto avviene attorno a lui gli matura forte e solida nei primi anni di guerra. Capisce per tempo con chi schierarsi; dopo l’8 settembre non pare per nulla un neofita, se è vero che già il 9 settembre, in combutta con lo studente Guglielmo Gargiulo (Willy), si fa promotore di un attacco ad alcune imbarcazioni tedesche nel porto di Napoli. Il precipitare degli eventi e le ordinanze capestro del comando tedesco spingono alla rivolta la parte più politicizzata e/o esausta della popolazione. Stimolo è con i rivoltosi e si rende protagonista indiscutibile dei fatti del Vomero. Dopo il 1° ottobre non si sa più niente di lui. Brabarulo investiga maniacalmente e scopre che Stimolo, con l’arrivo degli americani, si mette a disposizione dell’Intelligence alleata. È messo in contatto con André Bourgoin, un ex ufficiale dei servizi francesi ora in carica dell’Office of Strategic Services (il precursore dell’odierna CIA). È quest’espertissima spia a ingaggiarlo come agente sotto copertura e a inviarlo, con altri, oltre le linee nemiche. Lo scenario per Enzo, col nome in codice di Corvo, si fa tutto nazionale, non meno di quanto lo sia stato negli anni della prima giovinezza. A Roma riesce a sottrarsi al controspionaggio tedesco e alle trame della famigerata banda Koch. Si fa protagonista e comprimario della rete di spionaggio alleata messa in piedi a Genova. Sostiene con le sue azioni la resistenza in montagna, passa informazioni sui movimenti di truppe nemiche, scampa in più occasioni alla cattura e alla morte. Tutto questo fino all’ottobre del 1944, quando si perdono le sue tracce. Gravemente ammalato e malfermo sulle gambe, sembra che sia stato catturato dai tedeschi e fucilato. Una sentenza del Tribunale di Napoli del 21 dicembre 1946 ne dichiara ma non certifica la morte presunta, avvenuta, secondo i giudici napoletani, il 28 febbraio del 1945. Senza individuare il luogo della fucilazione e senza un cadavere da esibire è difficile prendere per buona la sentenza dei magistrati. A detta di Giulio Bertonelli (Balbi), suo sodale nei mesi precedenti alla sparizione, «quasi certamente è stato arrestato sotto falso nome (chissà quale!) ed in incognito se ne è andato all’altro mondo: questo era nel suo stile». Le conclusioni di Gaetano Barbarulo sono eloquenti: «Le scelte degli ultimi anni e la coerenza verso i principi di libertà, fino al sacrificio della vita, hanno totalmente riscattato l’irrequietezza di un giovane che non aveva amato le regole». Sono stati e sono così tanti giovani. La loro magnanimità andrebbe compresa e accortamente gestita, mai repressa.
A chi ama la storia e vuole sapere, a chi ambisce alle buone letture non può mancare questo splendido libro.

 

©Timothy Megaride 2019*

 

*per gentile concessione di

1) v. AA.VV., L’Onda della libertà - Le Quattro Giornate di Napoli tra storia, letteratura e cinema, Edizioni Scientifiche Italiane, 2015.

2) Gaetano Barbarulo, Una vita al cardiopalma - La vera storia di Enzo Stimolo, il ‘Capitano’ delle Quattro Giornate di Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2019.

3) Viene in mente il personaggio immaginario di Gino Cornabò, per essere contemporaneo di Enzo Stimolo. cfr. Achille Campanile, Il diario di Gino Cornabò, Rizzoli, 1942. Anche la mediocrità ha  i suoi rappresentanti letterari.