CHI SONO GLI ORCHI?

Somiglia all’orco delle nostre fiabe, quello più o meno topico di Gianbattista Basile o, ancor meglio, di Charles Perrault, probabilmente memoria ancestrale del tempo in cui i nostri antenati vivevano ancora sugli alberi e una delle loro maggiori preoccupazioni era difendere i cuccioli dai predatori. Il div di Hosseini sembra la sua versione afghana. Gli orchi sono mostruosi e mangiano i bambini, più o meno come la morte, che porta via le giovani vite quando la dissenteria imperversa, di solito con la canicola estiva. Un tempo, anche qui da noi, la mortalità infantile, nei periodi caldi dell’anno, raggiungeva livelli pandemici. Perdere un figlio era, ed è tuttavia in tante aree del globo, un danno economico di immane proporzione. Sono braccia da lavoro che si perdono, è l’assicurazione per la vecchiaia che è minacciata. Così si fanno quanti più figli possibile, certi che un buon numero di loro morirà prima ancora di conoscere le traversie della vita. I legami parentali e clanici sono fortissimi: garantiscono la sopravvivenza del gruppo, se non della specie in determinate aree geografiche. Quando muore un giovane, la sua famiglia viene ricompensata con i doni della comunità: cibo in prevalenza, una specie di risarcimento a quello che in prospettiva verrà a mancare per la scomparsa prematura di un suo potenziale produttore. 
Le economie primitive generano ruoli e funzioni, stabili tra le generazioni, che agli occhi degli Occidentali di oggi, ormai abituati al proteismo sociale ed economico, sembrano catene. Sennonché essi stessi, gli Occidentali, hanno conosciuto tempi in cui il vincolo, il legame con la comunità di appartenenza era indiscutibile, quasi che un dio l’avesse imposto come norma universale. Le leggi che regolavano i rapporti sociali erano funzionali all’economia dei tempi in cui furono formulate e fatte passare come promananti da una divinità. La Shari’ah questo è: una maniera di intendere il diritto, fatta sì propria dai fondamentalismi islamici di oggi, ma storicamente ben nota, sia pure con altri nomi, all’Occidente civile, libero, ricco e tecnologico.
Per noi contemporanei, a partire dal Codice Napoleonico, è scontata l’idea che il diritto lo generino gli uomini in relazione alle necessità del momento storico. È nostro l’assunto che il diritto nasca vecchio, quasi a sottolineare la provvisorietà di una codificazione che sembra sempre in ritardo rispetto alle dinamiche storiche e sociali. Le nostre società hanno come nota caratterizzante un dinamismo che è addirittura frenetico rispetto alla capacità dei legislatori di prendere atto delle novità.
Ma il mondo non è omogeneo. La discrepanza tra ricchezza e povertà è tale per cui la frenesia appartiene a una minima parte della popolazione mondiale, se è vero che il due per cento degli adulti ne possiede il cinquanta per cento e che solo il dieci per cento dell’umanità usa e consuma l’ottantacinque per cento dei beni, il restante quindici per cento essendo appannaggio di tutti gli altri. Più le economie sono povere più generano forme organizzative statiche e, ai nostri occhi, claustrofobiche. Più le economie sono primitive più generano ignoranza e superstizione. I poveri non hanno né tempo né mezzi per istruirsi.
Noi Occidentali abbiamo una storia plurimillenaria i cui cultori sono uomini di scienza. I poveri hanno la memoria pre-scientifica del loro passato, tramandata per lo più oralmente di generazione in generazione, narrata la più parte da santoni e capi religiosi con una visione statica e teleologica della vicenda umana.
La contraddizione, per non dire il conflitto, scoppia di necessità. L’Afghanistan ne è diventato l’emblema per i fatti recenti della storia e della cronaca. Khaled Hosseini ce lo fa intendere a chiare lettere in questo splendilo libro, E l’eco rispose, pubblicato in Italia da Piemme nella traduzione di Isabella Vaj. Rivisitando d’acchito la rappresentazione mentale che noi abbiamo dell’orco, il div, e mettendone in discussione la presunta perfidia. Qui il male cela o potrebbe celare il bene, mentre ciò che sembra bene (si legga con attenzione il settimo capitolo e si rifletta molto) nasconde bellamente il volto orribile della schiavitù.
Le carte sono rimescolate, com’è giusto che sia, e le nostre tradizionali categorie mentali vanno in frantumi. Ecco, se dovessi dire cos’è questo libro, direi che è la nostra immagine riflessa in uno specchio andato in pezzi. Ce lo dimostra non solo la vicenda, ma anche la tecnica narrativa che, mutando ben nove volte di prospettiva, se non rappresenta a tutto tondo la nostra condizione presente, ce ne dà una raffigurazione plurima soddisfacente, almeno per quanti vogliono capire e che in un testo narrativo non colgono la mera fabula.
Dell’autore avevamo letto i due previi romanzi, Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli. Pare che quattro milioni di lettori italiani si siano commossi al racconto delle storie di Amir e Hassan, di Miriam e di Nana, con quel tanto di razzismo inconsapevole che interviene ogniqualvolta ci ergiamo a giudici di comportamenti e culture che ci paiono o sono ferini e primitivi, ignari talvolta di quanta ferinità e primitività sia insita nella nostra ignoranza, a dispetto delle tecnologie che ci fanno sentire sicuri e padroni del mondo. Ci siamo commossi anche noi e forse abbiamo commiserato le vittime di tanta miseria culturale e morale. Un po’ razzisti anche noi, dunque, per colti e informati che pretendiamo di essere. Ci consolava l’idea di essere tra i buoni del mondo.
Ora Hosseini ci smentisce e ci sputa in faccia la verità. Gli orchi siamo noi, benché non sia detto che siamo necessariamente cattivi. Un po’ ci assolve lo scrittore, se è vero che si è pienamente occidentalizzato e dell’Occidente va sempre più condividendo gli stili di vita e la mentalità. Fa parte di quel gruppo non esiguo di intellettuali che non ha dimenticato la propria origine e che vive un po’ ovunque nel mondo, concentrato per lo più tra Europa e Stati Uniti. La terribile frattura che apre il romanzo appartiene a tanti, ma appartiene anche a noi che, se non siamo migranti per necessità, lo siamo per scelta quando la patria che ci ha dato i natali ci sta stretta, come accade a quel Markos, di origini greche, che, nel libro, è il Deus ex machina dell’intera vicenda, ma anche il simbolo di una condizione che dissolve il dramma dell’Afghanistan nella farsa collettiva.
Mai, come col presente libro, abbiamo sentito tanto vicino questo paese. Ci appartiene esattamente come la nostra storia di popoli pretesi civili e progrediti. L’Afghanistan è lo specchio di tutto ciò che siamo stati e che siamo. In questo romanzo c’è la sintesi efficace della nostra Storia.
Hosseini giunge a un’opera davvero matura, nello stile, nella struttura, nella trama. Ci sentiamo di annoverarlo tra gli scrittori viventi più degni di attenzione e plauso.
Un’ultima notazione: i div hanno i connotati della diversità, perciò appaiono strani e sfuggenti, perciò vivono lontani dall’umano consesso. Non riescono ad accettare il conformismo rassicurante delle regole di convivenza, contingenti certamente, ma dai più percepite (Ah, la feroce indolenza dello spirito umano!) perenni. In tal senso, ciascuno di noi è un div, quando si pone senza veli dinanzi allo specchio della propria coscienza: diverso da tutti gli altri, solo dinanzi alle sue responsabilità. Siamo unici e questo ci spaventa. Così ci riconosciamo negli accidenti che ci accomunano. Finiamo con l’essere l’eco di una voce che non è la nostra.      

 

Antonio Piscitelli