ANCHE I LIBRI SCUOCIONO

« ... comme ca ogge 'a tutte pizze ogni alletterato 'struito, pe' sfuca' l'arta soia a sicondo de la moda, crede de have' scuperto l'America 'nteressannose a li ccose de casa nosta, da paricchio tiempo m'è venuto rint' 'a la capa de aruna' cierti stroppole (senza leva' merito a li vierze) e cierti fattarielle comme già l'avevo sentute, quann'ero piccerillo, da la vocca de gnora vava. Chesto, primma de tutto, pe' mettere nu taccaro alla lengua de chille, ca senza have' nu callo de sistema, vonno mettere a sistema lu munno e ogge se gloriano de ripetere a pappavallo ogni puttanata ca leggeno o hanno 'ntiso 'ncopp'a lu popolo nuosto. In seconda, pe' chilli pierde-jurnata ca se stipano pure chello che cacano e arunanno parole napulitane sulo da la sporta de lu sapunaro, se credono ca ogni èvera è bbona pe' la 'nzalata senza sape' ddistinguere la lattuca nuvella da ll'èvera ca serve p'annettarse lu culo ... ».


[Roberto De Simone, La gatta cenerentola, Einaudi 1977]


Muoiono tutti. Sembra chiuso e per sempre il capitolo della “paranza dei bambini”. Poi si preconizza il threequel, il terzo della serie. Tra un paio d’anni sarà in libreria. Le nuove leve del crimine minorile sono annunciate nelle battute conclusive: - Guagliu’, vogliamo costruire una paranza tutta nostra? Magari, poi, se il mercato tiene, si può anche giungere alla tetralogia. Povero Saviano! Prigioniero due volte, delle sue denunce prima, del mercato editoriale poi. Con quanta libertà di scelta  - e di movimento, aggiungerei - ognuno può immaginare. Soffro al suo posto.
Mi rattrista la cosa perché per me “Gomorra” è stato, se non una rivelazione, l’efficace silloge di un fenomeno al quale avevo dedicato attenzione marginale per il disgusto che mi provocava. Sono nato a Napoli, ci ho sempre vissuto, conosco bene i mali che l’affliggono e ne soffro nel profondo dell’animo. La camorra toglie ossigeno alla città e finirà per ucciderla se la coscienza collettiva non si ridesta e non oppone una netta resistenza al nazismo prepolitico che essa rappresenta. Il primo libro di Saviano è stato un cazzotto nello stomaco, un modo efficace di incitare il paese alla rivolta contro il cancro dell’età contemporanea, la metastasi che, investigata in un’area geografica del pianeta, in realtà il pianeta sta invadendo, mettendo a repentaglio la sopravvivenza della specie. Nel resto del mondo ha altri nomi, ma le organizzazioni criminali si somigliano dovunque, dovunque seminano morte, terrore e miseria, dovunque anestetizzano coscienze neglette col miraggio del facile guadagno, dovunque sono l’arma vincente della nuova finanza. La delinquenza organizzata (in stretto sodalizio col terrorismo di matrice islamica col quale condivide affari, forme organizzative, schemi tattici e fanatismo) è l’arma assoluta del Potere globale. Chi vi milita si illude di comandare, ma lo scettro del comando è nelle banche, nel mondo della finanza e dell’imprenditoria sovrannazionale, titolari riconosciuti e plauditi del Potere sfuggente che governa le nostre vite, di tutti. Ed è fine a se stesso, non avendo altro fine che se stesso. Nessuno dei nostri bisogni primari è tenuto in considerazione; quelli che a noi sembrano bisogni sono in realtà induzioni del mercato, il termine col quale oggi si indica la guerra, la terza, la quarta, la quinta guerra mondiale, la guerra perenne (alla Orwell) che ci tiene tutti col fiato sospeso, in un incessante stato di precarietà e di insicurezza, di angoscia e di ansia. La delinquenza e il terrore servono a questo, a tenerci sulle difensive, a farci vivere nel sospetto continuo che qualcuno possa farci del male, che possa portarci via quel poco che abbiamo. Chi è il nemico? Tutti e nessuno. Può essere chiunque: il nostro vicino di casa, il nostro migliore amico, nostro fratello, il nostro coniuge, i nostri figli, i nostri genitori. Il sospetto genera la guerra di tutti contro tutti e la solitudine di ciascuno. Quel bel fare le cose insieme di un tempo (anche la politica) va a farsi benedire nel momento in cui la tecnologia ci sostituisce e ci detta i tempi. La vendemmia non c’è più e a celebrare San Martino restano le sole diraspatrici e pigiatrici elettriche! Nel sospetto, nel nostro isolamento è la forza del Potere.
Perché non troviamo più il modo di stare insieme? Perché continuiamo a conversare (si fa per dire) con perfetti sconosciuti su una chat line e dimentichiamo che il nostro prossimo, quello a noi più vicino, ha bisogno di una nostra parola? Perché quello lontano ci fa sognare e il prossimo ci fa penare? Non è meglio penare e vivere nella realtà piuttosto che sognare e non godere mai delle cose buone che pure la vita ci concede? Possiamo ancora vivere una vita non mediata? Possiamo lasciare da parte gli smartphone per qualche ora al giorno e dedicarci alla ragazza o al ragazzo che diciamo di amare? Possiamo spegnere il televisore per qualche tempo e concederci una bella passeggiata in riva al mare in compagnia del nostro migliore amico? Possiamo telefonare a nostro fratello per chiedergli come sta?
Non c’è più tempo per queste cose? Allora ha ragione Saviano, non c’è più speranza. Abbiamo rinunciato a vivere. Forse è per questo che i personaggi del suo libro paiono delle marionette agite dall’istinto primordiale del sangue.
I bambini, i ragazzi, gli adolescenti che mette in scena lo scrittore non sono lontani dalle bande tribali che William Golding esibisce nel suo “Lord of the Flies": cinici, assetati di sangue, brutalmente segnati dalla ferocia della loro natura ferina. Il grado zero della civiltà, con buona pace del mito rousseauiano del “buon selvaggio”!
Ma il libro non mi è piaciuto. Per i motivi che in seguito dirò. E tuttavia dovreste leggerlo, se non altro per dirmi dove sbaglio, in cosa ho preso un abbaglio. Impiego molta buona volontà nel cercare di capire le ragioni dell’autore, ma mi viene di pensare esattamente il contrario di ogni giustificazione a suo carico.
Il romanzo (1) è diviso in tre parti, ciascuna delle quali si articola in capitoli relativamente autonomi, quasi siano episodi di una serie televisiva. Sì, sembrano scritti per essere visti più che per essere letti. Probabilmente Saviano, mentre lo scriveva, pensava alla possibile futura sceneggiatura. Il lavoro è in parte fatto, componendosi l’opera di parti parlate, di dialoghi in cui il dialetto spesso prevale sulla lingua nazionale. L’intervento neutro della voce narrante suona come didascalico più che esserne la nota dominante. Il dialetto è inventato di sana pianta, non esistendo nulla del genere nella parlata che odo quotidianamente nelle strade di Napoli e in quegli stessi luoghi che la scenografia del romanzo rappresenta. A Napoli non si parla così e non con quella pronuncia che Saviano ipotizza. Non solo in città esistevano, fino a non molto tempo fa, numerose varianti lessicali legate alle specifiche culture territoriali, ma ancora oggi, appena ci si sposta di qualche chilometro dal suo cuore pulsante, si odono idiomi che alle orecchie dei napoletani suonano quanto meno stravaganti, nella pronuncia, nel lessico, talvolta persino nella sintassi che, per gli addetti ai lavori, è come il codice genetico della lingua. Provate a pensare alle parlate di Pozzuoli o di Torre Annunziata, cioè di due città che si trovano a una manciata di chilometri da Napoli, e capirete cosa intendo. La provincia di Caserta è molto estesa ed anche lì le varianti locali sono numerose; tuttavia nella pletora di paesi e paesini che orbitano intorno a Napoli una certa similarità compare nel lessico e nella pronuncia. Penso, ad esempio, ai paesi dell’agro aversano, nel quale è possibile udire qualcosa di analogo a ciò che Saviano spaccia come dialetto napoletano. Faccio qualche esempio, giusto per farmi intendere. A Napoli per dire “stai attento!” la gente oggi dice “Statte accòrte!” (la “e” finale è muta in entrambe le parole). Alla vocale centrale dell’aggettivo si potrebbe anche sovrapporre un accento circonflesso (ô) ricordando la forma arcaica del pregresso dittongo (uo). Bene, Saviano usa proprio la forma arcaica, quella che in  provincia forse ancora resiste, ma non a Napoli. Vi risparmio la spiegazione per cui ciò accade. Lo stesso succede con la parola “Luòta” (letame, melma) che con tono esclamativo è appellativo offensivo. A Napoli nessuno usa questo epiteto dittongato, peraltro marcato dall’accento grave delle vocale “o”. I napoletani dicono “lóta!” con la “o” acuta. Io penso che Saviano abbia nelle orecchie l’eco del dialetto udito da bambino e non la conoscenza di quello che attualmente si parla a Napoli. A noi napoletani il dialetto di Saviano suona come provinciale, “cafone”, come vorrebbe certa plebe incolta.
Su un altro versante, i non napoletani che leggono il libro (penso anche all’immensa fatica dei suoi traduttori) capiscono poco quando la trascrizione pseudo-fonetica e non grammaticale del dialetto riesce tutt’al più a evocarne le sonorità, non la logica del discorso. Saviano mette in bocca ai clienti degli spacciatori quest’espressione: “ch’hé avé” (cosa devi avere). A parte il fatto che a fare una simile domanda dovrebbe essere lo spacciatore e non l’acquirente; non si capisce perché sia il cliente a chiedere al venditore “cosa devi avere?”.  Pace! Faccio osservare che il verbo dovere, in napoletano e relativamente ad alcuni contesti, suona come l’inglese “to have to” (avere da, dovere). Anche nell’italiano arcaico era presente una costruzione del genere: “ho da fare la spesa” per “devo fare la spesa”. Bene, nella trascrizione che ne dà Saviano manca la preposizione “da”, un’omissione che disorienta il lettore, non evidentemente l’eventuale ascoltatore della versione parlata. “Che hai da avere?” (che devi avere?) sarebbe meglio scriverlo così: ch’hê ‘a ave’, con la preposizione in aferesi consonantica e l’infinito del verbo “avere” troncato. L’accento circonflesso della prima voce verbale ricorda lo scomparso dittongo ed ha un suono molto prossimo alla vocale “i”.
Basta! Mi sono stancato. Non è mia intenzione fare il professore con la matita rosso e blu. Se faccio queste osservazioni è perché Saviano, nel chiudere l’opera, pensa bene di giustificarsi col lettore proprio ed esclusivamente in relazione al dialetto. Scrive: “Una delle sfide di questo romanzo è l’uso del dialetto. La scelta è venuta naturalmente, l’elaborazione ha chiesto lavoro, verifiche, ascolto”. Sembra mettere le mani avanti: il dialetto non è di mia competenza, l’ho inventato, servendomi di qualche consulenza erudita. Secondo me non c’è stato né lavoro, né elaborazione, né ascolto. Il dialetto di Saviano si chiama “gomorrese”, è cosa tutta sua e col napoletano c’entra come i cavoli a merenda. Gli concedo la palma della mera invenzione e null’altro. A me, nel leggerlo, veniva da ridere perché mi sembrava una parodia, del genere di quella che fanno i comici napoletani noti col nome di “The Jackal”. Anche i personaggi del libro sono parodie di se stessi; non hanno spessore, non hanno caratterizzazione, a parte qualche tic o difetto fisico, tanto che spesso capita di confonderli. Sono marionette agite da un burattinaio maldestro. È il messaggio che Saviano vuole trasmetterci? Che i camorristi napoletani sono la caricatura di miti cinematografici o televisivi? Possibile. Forse è per questo che sono dovuto ricorrere al web per capire chi erano i personaggi “famosi” citati nel libro, gente della quale ignoravo persino il nome? Che posso farci, sono allergico alla televisione, non la guardo, non ne posseggo l’apparecchio ricevente. Passi per il cinema, che in parte seguo, con qualche pretesa di selezione, vista l’offerta da mercato ortofrutticolo. Ma la televisione proprio no, non la sopporto e, sopportandola, non avrei il tempo materiale per seguirla, altrimenti oggi per me Saviano sarebbe solo uno showman e dei suoi libri conoscerei a malapena il titolo. Invece li ho letti ed anche apprezzati, così come apprezzo il columnist che scrive su questa o quella testata. Ma “Bacio feroce” (scritto in piccolo in copertina, a fronte dei caratteri cubitali coi quali è riportato il cognome del suo autore, quasi a sottolinearne il valore mediatico e di mercato: guardate, questo è un Saviano autentico!) non mi è piaciuto. Lo trovo un’inutile ripetizione de “La paranza dei bambini”, con l’aggravante di un’enfasi gratuita che indulge alla crudeltà, alla ferocia, alla violenza e al sanguinario, come se l’autore conoscesse bene il tipo di pubblico cine-televisivo al quale è rivolta l’opera, lo stesso che assiste compiaciuto e/o impassibile allo sbranamento dei cani raccontato nel romanzo o alla strangolamento feroce di un bambino di undici anni. Un compiacimento che poco o nulla ha a che fare con la buona letteratura e molto coi generi di largo consumo, il pulp, il noir, l’horror. È per questo che per me “Bacio feroce” è un’operazione di marketing e non letteraria. Può darsi che mi sbagli, ma la penso così, fino a che qualcuno non mi dimostri con argomenti validi il contrario. Suppongo che voglia dirci che la realtà è proprio quella che lui rappresenta e che siamo noi a non volerla vedere; in tal caso devo mettere in discussione la mia stessa esistenza e magari quella di qualcuno di voi lettori. Il caso ha voluto che leggessi “Bacio” subito dopo aver letto il romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne, un libro assai dignitoso e mite nella riflessione, nella prosa, nella struttura. Devo forse affermare che Cognetti e il suo universo culturale e morale non esistono? Non sono realtà? Per coerenza dovrei dire che non esiste neppure Saviano, l’agguerrito e documentato editorialista che denuncia fatti e misfatti del nostro paese (e non solo!). Esiste, al contrario, il suo avatar, il vero autore di “Bacio feroce”.
Quella di Saviano è una prospettiva, ma non è l’unica e Napoli non è esattamente quella che lui ci rappresenta, facendolo troppo in fretta, nei ritagli di tempo, tra un viaggio e l’altro,  tra un convegno e l’altro, tra un’apparizione televisiva e l’altra, tra una sceneggiatura e l’altra, tra un’intervista e l’altra, non solo in Italia, ma in tutti i paesi del mondo in cui è tradotto e letto, tanti, tantissimi. Dove ha trovato il tempo di riflettere su un’opera corposa che pubblica a distanza di poco più di un anno da “La paranza”?  Non si accorge neppure delle illogicità.
Si prenda il caso del capitolo intitolato “La confederazione”. Scrive: “Fuori scorreva una di quelle giornate invernali avvolte nell’ovatta” (significa che la giornata era afosa?) (p.208), e poco dopo: “Ormai nel vicolo non c’era più nessuno; le persiane, già socchiuse per conservare un minimo di frescura, erano serrate” (p.209). Ora, per mite che sia la temperatura a Napoli, è pur sempre inverno: quale frescura occorre preservare nella stagione già fresca se non fredda? Per giunta la giornata sembra molto nuvolosa. Non filtra molta luce. Dev’essere sera, perché per strada non c’è più nessuno. Chi conosce il centro storico della città sa che è difficile che non sia affollato. Forse a notte fonda. Quella è un’area densamente popolata, molti vicoli sono luoghi obbligati di transito. Ci sono palazzi alti con numerose finestre e balconi. Tutti con le persiane chiuse? Mah! Veramente a me l’intero capitolo è sembrato posticcio; poteva inventarsela un po’ meglio l’alleanza tra la paranza e i cosiddetti Capelloni.
Avete letto l’ottimo libro di Bruno De Stefano, Giancarlo Siani – Passione e morte di un giornalista scomodo, Perrone 2012? No! Scommetto che neppure sapete chi sia Bruno De Stefano. Non lo conoscete perché questo giornalista non è un personaggio mediatico, mentre Saviano lo è. Saviano vende moltissimo, mentre De Stefano probabilmente sta sulle spese. Eppure affrontano temi analoghi, anzi vi dirò di più: a me il penultimo capitolo del romanzo (La carne e il sangue) sembra aver preso a modello l’articolo che condusse Siani alla morte, articolo del quale De Stefano dà ampio resoconto: la vicenda che vede come protagonisti i Nuvoletta, Valentino Gionta e la mafia siciliana alla quale il clan di Marano era affiliato.
Mi direte che non posso paragonare un’opera di fiction con una rigorosa inchiesta giornalistica. Giusto! Ma allora perché Saviano afferma di mirare al vero? Perché pretende che la sua sia la vera Napoli e che noi siamo degli ingenui sognatori quando reclamiamo le prove dei fatti? La delinquenza minorile napoletana, che è sempre esistita (qualcuno ricorda le inchieste di Giuseppe Marrazzo?), è sufficiente ad affermare che la nuova camorra è fatta di bambini?  Saviano (o chi per lui) mira al mercato o alla rappresentazione credibile della Napoli di oggi? 
Io penso che informazione e mercato facciano a cazzotti e, se devo discorrere di mercato e non di letteratura, mi permetto di dire che la tal marca di pasta scuoce facilmente e dunque non la compro; preferisco comprare un prodotto più consono ai miei gusti. Sbaglio? Suppongo che debba fare così anche col mercato editoriale. Esistono libri che scuociono ed altri che tengono la cottura. A noi la scelta!

Antonio Piscitelli

 

(1) Roberto Saviano, Bacio feroce, Feltrinelli 2017