10 luglio 2017 – Meglio soli che male accompagnati

In effetti non ho con chi parlare, se non con me stesso. È ciò che faccio dalla mattina alla sera: penso, mi faccio domande, provo a darmi delle risposte. Non sono solo né mi sento solo, ho una viva cognizione della mia unicità. Questa consapevolezza l’ho conquistata lentamente negli anni della giovinezza, in relazione alle esperienze via via maturate e al piccolo branco nel quale, per caso e per necessità, ho fatto il mio primo apprendistato. Partiamo da questo. Non so spiegarmene la ragione, o forse so spiegarmela in parte: mi sentivo estraneo al branco e alle sue liturgie, benché ne condividessi il patrimonio genetico. Avevo dei genitori, avevo un paio di nonni, avevo fratelli, cugini, zii e zie, tanti, tantissimi per essere la povertà (quella vera) assai prolifica e richiedendolo il contesto storico e culturale.
Non ero come loro. In realtà nessuno di loro era come gli altri, ma non lo sapevano, mentre io l’ho saputo assai per tempo. Vivo in disparte, qualche volta fuggo volontariamente dal branco, mi riacciuffano e non capiscono perché sia scappato: si sta così bene tutti insieme! Il branco è davvero assai rassicurante, da millenni garantisce la sopravvivenza della specie. Da millenni, appunto! In altri termini io sono stato programmato millenni prima della mia comparsa. Come facevano, millenni fa, a sapere chi sarei stato io o cosa avrei voluto essere o chi? Nel branco non hai possibilità di scelta. Qualcuno ha scelto al tuo posto e tu devi essere tal quale questo qualcuno ti ha previsto. Nasci vecchio, in parole povere, e muori assai prima che la morte sopraggiunga. A conti fatti, era questo il problema: io non volevo essere vecchio e non volevo morire prima del tempo. Per sfuggire ad ambedue le condizioni dovevo lasciare “ogne cosa diletta”.


«Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l'arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;

che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr'a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.

Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch'a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.» (1)

Intanto direi che i versi danteschi rappresentano, in metafora, ogni percorso davvero individuale; in secondo luogo le “cose” che il poeta definisce “dilette” non erano per nulla “dilette” all’epoca in cui le lasciavo, lo sarebbero diventate solo alla luce della ragione di là da venire, rilette e valutate da una prospettiva del tutta diversa, quella della poca cultura acquisita.

(1) Dante, Commedia, Paradiso XVII, 55-69